Solo la Qualità può umanizzare «Industry 4.0»

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Il 6 maggio scorso a Reggio Emilia, in una splendida sede, si è tenuto l’appuntamento annuale Blulink day dedicato alla “Qualità per Industry 4.0”; ho avuto l’opportunità di partecipare all’evento e mi sono soffermato sui «paradigmi organizzativi della Qualità ai tempi di “Industry 4.0”». Come noto, con “Industry 4.0” si identifica il modello produttivo, organizzativo e gestionale della cosiddetta “quarta rivoluzione industriale”.
il Direttore Sergio BiniLe tre “rivoluzioni” che l’hanno preceduta sono state classificate come tali dai sociologi e dagli economisti solo dopo diversi anni dal loro avvento e quando si sono potuti rappresentare gli “scenari”. Questa “rivoluzione”, invece, è stata studiata a tavolino e pianificata scientificamente per pervenire a «un superamento delle barriere fra persone e oggetti. Imprese gestite da macchine intelligenti che in piena autonomia svolgono lavori complessi; uomini che in piena solitudine perdono i loro (ex) lavori complessi». Questo modello è tecnicamente affascinante però ovviamente neutro; come tutti gli strumenti, è solo il loro uso che li rende “buoni/utili” o “cattivi/pericolosi”.
Questa rivoluzione – fortemente voluta dal governo tedesco e dalle relative associazioni degli industriali – genera preoccupazioni per il numero di lavoratori coinvolti; il Report del World Economic Forum dedicato al tema del “the future of the Jobs” fornisce molte suggestive informazioni; ne vorrei evidenziare due in particolare:
•nel 2020 verranno creati appena 2 milioni di nuovi posti di lavoro mentre ne perderemo 7,1 milioni. Il fenomeno, quindi, interesserà ben 9,1 milioni di persone, anche se gli estensori del documento parlano di un “saldo negativo di poco superiore a 5 milioni”. Le persone vengono trattate come dei “numeri” che è possibile sommare algebricamente;
•il 65 % dei bambini che iniziano oggi il loro ciclo di studi saranno destinati a trovare un lavoro che oggi non esiste.
Forse più di tutto, preoccupa sia la definizione del modello «un processo che porterà alla produzione industriale del tutto automatizzata ed interconnessa» sia il “sottotitolo” «internet of things». E’ un modello, quindi, che necessita di un’importante trasfusione di corretta cultura della Qualità per essere umanizzato onde evitare che le persone interessate da questo sistema globale – governato da entità centralizzate – possano vedersi considerate come “cose” [“things”] telecomandate.
Al riguardo merita di essere richiamato un passaggio della recente lettera Enciclica Laudato Si’: «la politica non deve sottomettersi all’economia e questa non deve sottomettersi ai dettami ed al paradigma efficientista della tecnocrazia. (…) Semplicemente si tratta di ridefinire il progresso. Uno sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore e una qualità di vita integralmente superiore, non può considerarsi progresso. D’altra parte, molte volte la qualità reale della vita delle persone diminuisce – per il deteriorarsi dell’ambiente, la bassa qualità dei prodotti alimentari o l’esaurimento di alcune risorse – nel contesto di una crescita dell’economia. In questo quadro, il discorso della crescita sostenibile diventa spesso un diversivo e un mezzo di giustificazione che assorbe valori del discorso ecologista all’interno della logica della finanza e della tecnocrazia, e la responsabilità sociale e ambientale delle imprese si riduce per lo più ad una serie di azioni di marketing e di immagine». [194]
Per noi che apparteniamo convintamente al mondo ed alla cultura della Qualità ricordiamo con preoccupazione questa banalizzazione della produzione che ci vuole convincere che la Qualità di un prodotto e/o di un servizio sia solo il risultato di processi automatizzati, asettici e ipercontrollati che realizzano all’infinito specifiche e programmi realizzati altrove; saranno forse oggetti perfetti ma non di qualità perché privi di umanità anche nel fornirli al “cliente” che è anch’esso una persona che continuerà ad avere individualità distintive.
Molti degli argomenti connessi con questa “rivoluzione tedesca” sono stati sviluppati mirabilmente nelle pagine che seguono da illustri autori che ringrazio di cuore per il tempo ed i saperi che hanno messo a nostra disposizione.
Buona lettura a tutti
Sergio BINI

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