Salvare le terre per salvare la Terra

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A meta model of inter-organizational cooperation

L’energia è stata al centro della CoP 21 sul clima, a Parigi. Sostituire le fonti fossili con rinnovabili, aumentare l’efficienza nella produzione e negli usi dell’energia, diminuire i sussidi ai combustibili tradizionali, sono questioni cruciali.
Ma potrà il solo settore energetico sobbarcarsi tutta l’enorme sfida del riscaldamento globale?
Sembra difficile, e comunque non è né saggio né necessario addossare a un unico comparto l’intero peso della trasformazione. Invece, la somma di crescenti ma moderati risparmi di emissioni conseguibili in ogni settore che produce gas serra ci porta su un cammino più sicuro, che non crea shock a un unico settore responsabilizzato, e non impone rivoluzioni traumatiche a nessuna filiera. Fra i possibili percorsi paralleli per ridurre le emissioni, una buona gestione delle terre e il recupero dei suoli degradati appaiono straordinariamente promettenti.
Allo stato attuale, gli impegni volontari di riduzione delle emissioni assunti dagli Stati non sembrano sufficienti a evitare di oltrepassare la soglia di un aumento medio globale della temperatura non superiore a 2 gradi centigradi: e si tratta di una soglia cruciale, poiché al di là si scatenerebbero con forza dei cicli cumulativi, insiti al sistema biofisico terrestre, che porteranno in tempi molto brevi a un riscaldamento planetario drammatico, compreso fra i 4 e i 6 gradi. Ad esempio, oltre i 2 gradi prenderebbe velocità il ciclo dello scioglimento del Permafrost che libera metano, un gas che ha un potenziale di intrappolare calore fino a 25 volte superiore rispetto all’anidride carbonica. Questo ciclo cumulativo – più si scalda l’aria, più si scioglie il permafrost, più si libera metano, più si riscalda l’aria e via dicendo – potrebbe da solo far aumentare la temperatura fino a 8 gradi nella regione artica, e di 3,5 gradi come media globale entro pochi decenni: uno scenario che sconvolgerebbe l’ecosistema e destabilizzerebbe le società.
Fig 1

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Il divario fra la riduzione delle emissioni necessaria per non oltrepassare la soglia dei 2 gradi e le riduzioni a cui finora gli Stati si sono impegnati si chiama, in gergo, “emission gap”.
Allo stato attuale è un gap preoccupante: le emissioni previste per il 2030 sono di circa 60 giga-tonnellate equivalenti di CO2, che dovremmo ridurre a 42 giga-tonnellate per non scavalcare i 2 gradi, mentre gli impegni volontari finora annunciati dai vari paesi lasciano presagire che diminuiranno di sole 5 giga-tonnellate. Resta quindi da definire come tagliare le emissioni di circa 13 giga-tonnellate, e tutti i settori produttivi dovranno concorrere a colmare questo minaccioso divario.
Un elemento chiave dell’equazione sono le terre: uno sfruttamento dei suoli non sempre oculato li porta a rappresentare una causa rilevante di emissioni – circa il 25% del totale –e ciò è paradossale poiché terreni vitali dovrebbero invece rappresentare il meccanismo più naturale di assorbimento del carbonio dall’atmosfera. Questa loro funzione primordiale può tuttavia essere riattivata su vasta scala, con un rapporto costi-benefici sorprendentemente favorevole, e con dei vantaggi collaterali straordinari. Di questo si è accorta la comunità internazionale che ha incorporato l’obiettivo di azzerare il degrado delle terre nella nuova agenda per lo sviluppo valida fino al 2030.
Una strategia di lotta al cambiamento climatico basata anche sulle terre ha due volti: in prima battuta, si tratta di impedire che ne prosegua il degrado, che le trasforma da pozzo di carbonio a fonte di emissioni. Ma si possono fin da subito anche recuperare le vaste distese di suoli agonizzanti, e riarruolarli nella battaglia del clima.
Fig 2 - Feedback loops and the abjectives of the Rio Conventions Per gentile concessione della United Nations Convention to Combat Desertification

Fig 2 – Feedback loops and the abjectives of the Rio Conventions
Per gentile concessione della United Nations Convention to Combat Desertification

La terra brulica di vita. Se si sterilizza un suolo, o se ne muta l’equilibrio biochimico, esso degenera o letteralmente muore portandosi dietro il proprio contributo all’ecosistema, compresa la capacità di immagazzinare carbonio nei diversi strati di vita che un terreno sano ospita. Questa morte totale o parziale può manifestarsi macroscopicamente in varie maniere, dalla desertificazione alla salinizzazione, dall’erosione fino alla polverizzazione. Terre morte o moribonde non producono, né per noi né per l’ecosistema,ma non si tratta solo della perdita di terreni fertili e della loro capacità di assorbire CO2.
Il degrado dei suoli li rende generalmente meno solidi e resistenti, portandoli a volare via col vento o a scorrere via con le piogge, a intasare i letti e i delta dei fiumi, e a mostrarsi meno atti a trattenere l’acqua, cosa che ha contribuito alle devastanti alluvioni in rapido aumento in molte aree del pianeta.
Una certa dose di alterazione dei suoli è sempre stata causata dall’umanità che li ha progressivamente occupati ma, in passato, ciò avveniva a ritmi e secondo modalità che ne consentivano la guarigione spontanea o che, pur modificando la vitalità della terra, la conservavano. E’ da quando il nostro approccio al terreno è divenuto industriale che, invece, dove l’uomo tocca la terra tende a ucciderla. Ciò dipende da una miriade di pratiche sbrigative rispetto al fattore vita, diffusesi in agricoltura e pastorizia, edilizia e urbanizzazione, industria e turismo, generazione dell’energia e tanto altro. Il risultato è stato che negli ultimi 150 anni più della metà delle terre emerse ha subito un’alterazione della sua vitalità spontanea e che i residui morti di tutto ciò – terre che sono divenute per una ragione o per l’altra sterili – crescono costantemente.
Fig 3

Fig 3

Il degrado dei suoli già oggi comporta la perdita di circa 12 milioni di ettari all’anno, la superficie della Bulgaria, e incide sulle vite di più di un miliardo e mezzo di persone in 168 paesi, soprattutto in via di sviluppo.
In questi ultimi, il degrado delle terre priva le popolazioni rurali di sicurezza alimentare e le sospinge a migrare o, peggio, all’illegalità, al fanatismo, al conflitto e al terrorismo. Nelle regioni più povere, in altri termini, il degrado delle terre crea dei veri e propri hot spot di instabilità globale.
Questa relazione emerge, ad esempio, nel Sahel: una zona ove progredisce la desertificazione:
Per il vicino futuro, inoltre, le spinte a degradare le terre si presentano in ulteriore e vorticosa accelerazione: in cifre, dar da mangiare a una popolazione mondiale che si avvia ai nove miliardi e mezzo di abitanti nel 2050 richiede un aumento della produzione di cibo del 70%, che comporta un ulteriore fabbisogno di energia del 37% e il 55% in più d’acqua consumata.
Se non modifichiamo il nostro rapporto con le terre, ciò significa sfruttare, esaurire e poi abbandonare alla morte i pochi spazi di natura vergine che ci rimangono: questa dinamica deve essere fermata perché crea contemporaneamente emissioni di CO2 ma anche crescente povertà, insicurezza e fragilità sociale.
Si prospetta quindi uno scenario gravido di problemi, ma la buona notizia è che i rimedi ci sono e i benefici sono di portata speculare: le terre già in uso si possono mantenere produttive con pratiche che non le degradano; inoltre, invece di aggredire sempre più ecosistemi intatti per sostenere la crescita, ci sono ampie distese degradate recuperabili a basso costo, cui restituire la capacità di assorbire carbonio assieme a quella di fornire una prospettiva e una speranza alle popolazioni più povere. Ed è infatti presso di esse che i “landbasedapproach” al cambiamento climatico dispiegano i vantaggi maggiori.
Recuperare un ettaro di terreno degradato ha costi molto variabili, dalle poche diecine di dollari dei terreni semiaridi e semidegradati nelle condizioni più favorevoli, alle diecine di migliaia necessarie per restaurare, ad esempio, i biomi costali complessi.
Tuttavia, la maggior parte dei terreni ove si sta materializzando il nesso degrado – instabilità sono recuperabili a un costo non superiore ai 250 dollari USA all’ettaro e questi suoli sono per lo più localizzati nelle aree di provenienza delle crescenti ondate migratorie che investono l’Europa, specialmente nel Sahel.
Il loro recupero li trasforma in pozzi di carbonio il cui assorbimento annuale tende a equivalere al risparmio di emissioni conseguibile con un investimento in energie rinnovabili di 1000-1500 dollari USA. Ciò già giustificherebbe l’investimento; ma l’aspetto più straordinario è che il recupero dei terreni mette in moto una serie di sinergie di fondamentale importanza.
Il recupero o la tutela dei terreni – specie se consegnati alla piccola agricoltura familiare – comporta:
• la creazione di pozzi di carbonio,
• la tutela della biodiversità,
• Il consolidamento comunitario,
• la creazione di un surplus agricolo da reinvestire nel manifatturiero,
• empowerment locale, familiare e femminile,
• l’ancoraggio alle comunità d’origine e un freno alle spinte migratorie,
• un freno al landgrabbing grazie alla riappropriazione delle terre ridivenute produttive,
• stili di vita e dimensioni di dignità umana che disinnescano i fanatismi,
• nobilitazione, trasmissione generazionale, e spinta all’ammodernamento dei saperi tradizionali e identitari.
Tutti questi vantaggi non sono solo collaterali rispetto al ripristino di potenti pozzi di carbonio naturali – un inatteso regalo in più – ma valgono anche come ulteriori strumenti per combattere i cambiamenti climatici. Di fatti, rivitalizzare le terre consolida le prospettive delle comunità rurali, e di intere nazioni, e le sottrae così alla dinamica distruttiva della povertà, dell’insicurezza e dei conflitti: quella che le renderebbe invece strutturalmente incapaci di occuparsi del loro ambiente o, nei casi peggiori, inclini a distruggerlo ancora di più.
Fig 4

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Siamo figli della terra e con essa abbiamo un rapporto molto più che produttivo, quasi di appartenenza reciproca. Non è quindi un caso che guarire questa relazione dai suoi mali ed eccessi recenti porti con sé soluzioni ampie e profonde, alla condizione umana e a quella della natura. Ma il nostro è un mondo che guarda ai numeri e le cifre ci dicono che una buona gestione delle terre da sola coprirebbe un quarto del minaccioso “emission gap” da colmare, se vogliamo evitare di portare il pianeta in scenari mai esplorati e che non promettono nulla di buono.

Voluntary CO2 emission cuts announced so far by States are not enough to stay on target and avoid trespassing the 2° threshold: 13 gigatons carbon dioxide equivalent are missing to bridge the distance. Can the energy sector alone carry this burden? Better land management and degraded lands recovery could contribute one fourth of the gap, in a cost effective way and with extremely consistent mitigation and adaptation co-benefits.
Policy is concluding that there is a cause-to-effect connection, already propelling massive population movements; and that action has to be taken now, even though its analysis is not yet confirmed with quantitative rigor. In the policy perspective, soil acquires a special status as an aggregator of ecosystem services that needs to be protected to prevent socio-economic and political instability which, in turn, are push factors for migrations: a set of relevant interactions between the state of soil, societal cohesion, and migration has been identified, centered on ecosystem services failures. Conversely, soil appears as a “practical object of intervention” because, more than other environmental variables, lands are concrete, localized, and understood as a fundamental value by human communities. Protecting them is likely to start comprehensive cycles of environmental and socio-economic rebalancing, with the potential of moderating population displacements. Land proper management and recovery could cost-effectively produce carbon sinks, hydric balance, biodiversity protection, food security, societal cohesion, gender benefits and more: a trans-sector approach to achieving the 2030 Sustainable Development Goals.

GRAMMENOS MASTROJENI

Diplomatico, coordinatore per l’eco-sostenibilità della Cooperazione allo Sviluppo. È stato delegato all’ONU, console in Brasile, consigliere politico a Parigi e, alla Farnesina, responsabile dei rapporti con la stampa estera e direttore del sito internet del Ministero degli Esteri. www.cooperazioneallosviluppo.esteri.it/
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