Il Prodotto Umano Netto

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Lo sviluppo integrale si misura con il PUL – Prodotto Umano Lordo

È possibile fare un discorso sullo sviluppo soltanto se siamo in grado di comprendere da subito che cosa intendiamo con l’uso di questa nozione, evitando di trovarci nella condizione di colui che deve descrivere tutto, non potendo descrivere proprio niente.
Il primo chiarimento può venire facilmente dalla differenza che c’è tra il parlare di “crescita” e il parlare di “sviluppo”.
Nel primo caso ci riferiamo soltanto a degli aspetti materiali e quantitativi.
Nel secondo caso, invece, pensiamo al perfezionamento armonico e qualitativo di una realtà.
L’idea di crescita non esisteva prima della modernità, almeno nel senso che noi attribuiamo a questo termine. A voler essere precisi, anzi, essa deriva direttamente dalla rivoluzione industriale, ossia da quella certezza che almeno in Occidente si è presentata con la sicurezza di poter accrescere certi parametri materiali attraverso l’impiego delle conoscenze tecnologiche applicate al lavoro. Questo riguarda l’azione umana come tale, e non necessariamente quella che produce un progresso.
Lo sviluppo, invece, è essenzialmente un’idea di miglioramento dei modi di vita, che si può raggiungere anche attraverso l’impiego delle risorse tecniche derivate dall’industria.
Dal punto di vista economico sono chiari due aspetti imprescindibili:

  1. il primo è che esso riguarda prevalentemente gli aspetti materiali della vita umana, la crescita come tale; e
  2. il secondo che tale crescita include le risorse tecnologiche in possesso degli operatori economici.

Basta considerare semplicemente quali siano le condizioni richieste per l’incremento industriale di un’impresa, ed è piuttosto semplice capire tutto il resto.
Un’impresa ha bisogno di materie prime e di capacità tecnologica per trasformarle in beni economici. Dietro l’esclusiva considerazione di questi due fattori, assolutamente fondamentali, si nasconde una certa ambiguità nell’intendere il senso complessivo dello sviluppo.
Soprattutto, non è facile comprendere se una determinata impresa economica contribuiscapositivamente o negativamente allo sviluppo, e questo nemmeno quando questa impresa cresce economicamente. Guardando, cioè, soltanto agli aspetti materiali e tecnologici non si è in grado di dare una valutazione in termini qualitativi al tipo di sviluppo che si produce.
È da questa incognita che è maturata nel corso degli ultimi anni tutta una considerazione piuttosto critica sul significato dello sviluppo industriale. Potrebbe apparire una reputazione astratta, ma non lo è per nulla.
Chi si occupa d’impresa sa molto bene, per esempio, quanto i criteri ambientali e la tutela della salute degli operatori siano fondamentale nella crescita, appunto, di un’attività. Ciò accade perché, come ha osservato Martin Heidegger, la razionalità economica come tale gode di tutti caratteri razionali di una previsione e di un calcolo, senza che tuttavia con ciò sia garantita di per sé un’osmosi umanamente positiva.
La crescita è condizione indispensabile ma non sufficiente allo sviluppo. E solo un’unione di entrambe può produrre quello che chiamiamo progresso umano.
Con questa considerazione abbiamo guadagnato un risultato importante. In primo luogo, lo sviluppo è un’idea economica di miglioramento del benessere materiale che coinvolge l’uso della tecnologia e la crescita delle risorse disponibili. E, in secondo luogo, la crescita materiale di per sé non permette di sapere se si tratti di un fenomeno che produce effetti positivi o negativi per lo sviluppo dell’intero contesto sociale.
Per poter giungere ad una valutazione in termini finali dello sviluppo si deve passare da una considerazione solo contabile della crescita economica ad una considerazione integrale dello sviluppo umano.
La prima osservazione importante da tenere presente è che il concetto di sviluppo si oppone immediatamente a quello di povertà. Con ciò il primo termine acquisisce grazie al secondo un senso strettamente economico. Lo sviluppo è cioè inteso come una crescita economica e come un incremento del Prodotto Interno Lordo di un Paese. Si crea, così, un paradosso, evidente anche a seguito delle analisi proposte da Stefano Zamagni a proposito del bene comune.
L’economia, nata come disciplina estremamente pratica, è trasformata in un monetarismo astratto, seguendo il quale le cifre d’incremento acquisiscono un primato sulle reali condizioni di vita delle persone.

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Seguendo Amartya Sen, è opportuno considerare, in riferimento ad un’idea adeguata di sviluppo, l’intrinseca connessione che esiste, viceversa, tra la concreta modalità qualitativa di vita delle persone e la distribuzione quantitativa della ricchezza, non solo monetaria, ma anche patrimoniale.
A questa prima linea di intersezione, si deve aggiungere inoltre la complementarietà tra l’azione dell’individuo e la struttura della società. Non è detto, infatti, che sempre l’incremento quantitativo si accompagni ad un reale sviluppo qualitativo e umano delle diverse comunità. Anzi, se con il declino del periodo d’industrializzazione progressiva sono venute meno le certezze relativamente alla crescita esponenziale delle risorse economiche quantitative, l’introduzione di nuovi parametri sono in grado di mostrare una non necessaria flessione dello sviluppo.
In realtà, concetti come partecipazione e condivisione non sono misurabili all’interno del parametro econometrico del Prodotto Interno Lordo. Anche intuitivamente, infatti, è del tutto evidente che una crescita di produzione che determinasse danni ambientali irreparabili o contemplasse riduzioni drastiche dell’impiego, con licenziamenti e così via, o morti sul lavoro, non potrebbe essere definito un vero e proprio sviluppo, perché, di fatto, disumanizzante, benché potesse essere misurato in termini di crescita vera e propria della ricchezza complessiva del sistema.
Mi sembra importante comprendere perciò che la crescita economica si misura con l’aumento della produttività lorda, mentre lo sviluppo di una società si misura con un metro di valutazione non quantificabile perché ulteriore rispetto all’analisi delle risorse impiegabili materialmente.
Il passaggio dalla crescita economica dell’opulenza allo sviluppo umano della vita è quanto separa il Prodotto Interno Lordo da quello che chiamerei il Prodotto Umano Netto.
A contare in termini realmente umani sono, certamente, gli aspetti quantitativi della ricchezza prodotta e impiegabile nel lavoro, ma anche di qualcosa in più. Questo valore aggiunto che pone realmente qualità alla vita e apre la dimensione più intrinsecamente umana è verificabile con altri parametri come , per esempio, la solidità delle relazioni familiari o l’incremento demografico che una certa crescita economica garantisce.
Come insegnavano i filosofi classici, la ricchezza è un mezzo, non essendo né positiva né negativa in sé. Diviene un fattore di sviluppo, unicamente quando, producendo e ampliando i fattori etici umanizzanti, quali la libertà individuale e la crescita formativa delle persone, si traduce in prodotti sociali in cui la dimensione personale, familiare, affettiva ed educativa porta ad una realizzazione effettiva della natura umana come tale.
Il problema vero del passaggio dalla crescita ad un personale sviluppo che sia quantitativo e qualitativo è racchiuso nelle finalità individuali e collettive che le persone perseguono. Ciò significa, a conti fatti, che solo quando le potenzialità umane e le risorse materiali sono impiegate in un certo modo producono sviluppo, altrimenti rimangono ad un livello di mera costruzione di benefici aritmetici.
Il punto di osmosi profonda tra economia ed etica si presenta qui in modo lampante come una necessità. Ogni persona sa che può fare un uso etico oppure soltanto proficuo del proprio lavoro, e sa che dipende dalla propria libertà. Dipende da come viene impiegato concretamente il tempo e da come realmente qualcosa viene fatto nelle intenzioni profonde che vi si mettono.
I mezzi possono essere i più disparati; e le attività non meno complesse, articolate e variegate. Ma o un determinato lavoro, una determinata crescita economica, un determinato organismo produttivo è fatto da qualcuno per qualcuno, oppure rimane soltanto una sterile reificazione e trasformazione di qualcosa in qualcos’altro.
Ogni produzione richiede energia per trasformare la materia. Me se non c’è altro fine che quello, il risultato sarà solo l’inquinamento del mondo e della persona.
Se il processo economico non è il lavoro di qualcuno per qualcuno, allora tutto rimane qualcosa di vuoto e, alla fine, dannoso per l’ambiente e per la società.
Il grande criterio etico, dunque, non può che essere quello personale. E un’etica personalista guarda sempre in un lavoro anche allo sviluppo soggettivo che viene apportato da chi opera e da chi consuma un prodotto. Quest’obiettivo è il vero sviluppo, ossia il Prodotto Umano Netto che scaturisce da una più integrale crescita del Prodotto Interno Lordo.
Il fine umano collega effettivamente la considerazione moderna sull’efficacia tecnologica ed economica con una considerazione etica fondamentale relativa alla persona. Sono convinto che lo sviluppo si contraddistingue, infatti, per la centralità che progressivamente viene ad assumere la persona umana come fine ultimo di ogni attività libera individuale. Si può discutere, certamente, su quale sia il fattore umano più importante nella realizzazione della vita personale, ma è fuori discussione che la persona si costituisca come un fine in se stessa.
Riconoscere quindi che ogni persona umana è un fine e mai un mezzo nella realizzazione anche industriale del lavoro vuol dire non soltanto saldare l’approccio tecnologico moderno all’etica, ma affermare un criterio etico valido nella considerazione dello sviluppo stesso.
Nella considerazione dello sviluppo è possibile calcolare l’insieme delle condizioni che permettono una crescita in termini di risorse di beni e di profitti. Ma è anche possibile considerare, in modo più riflessivo, lo sviluppo di umanità che una certa attività economica può produrre nei protagonisti della produzione e nei fruitori del prodotto.
Certo, in apparenza, una considerazione etica potrebbe apparire limitativa della crescita economica.
Se io, ad esempio, introduco una valutazione umana superiore, è chiaro che non posso realizzare profitti a tutti i costi e non posso concepire il lavoro come un fine superiore rispetto alla realizzazione effettiva delle persone che vi operano.
Viceversa, però, se mi riferisco allo sviluppo umano, mi rendo conto che esso non può compiersi senza il contributo concreto che proviene dalla crescita materiale ed economica. Ciò avviene perché non è l’etica a limitare lo sviluppo economico, ma è la cognizione unilaterale ed esclusiva del profitto ad avere in sé un limite, ossia l’impossibilità di fornirmi un criterio ultimo di valutazione del suo valore reale.
Per avvicinarci al significato autentico dello sviluppo è essenziale legarlo all’attuazione della persona umana come tale. E ciò in tre direzioni fondamentali.
In primo luogo, ogni operatore economico, quindi non solo il titolare, il timoniere di un’azienda ma ogni persona che vi lavora, tende a realizzare con l’uso della sua competenza specifica la propria personalità. È molto difficile per una persona lavorare proficuamente, se non trova un certo entusiasmo in ciò che fa. Ma non può trovare entusiasmo in ciò che fa, se non realizza se stesso mentre offre il suo contributo al buon andamento di un’azienda. Quindi, la dimensione soggettiva del lavoro, ossia quella con la quale la persona si realizza e si migliora e perfeziona con il lavoro, è la prima vera dimensione etica dello sviluppo. Concretamente, dal punto di vista dell’imprenditore, sarebbe ironico che lo sviluppo non contribuisse a sviluppare anche la persona che appare come protagonista dello sviluppo. Questa sarebbe la prima direzione fondamentale ma evidentemente, non è l’unica.
Ogni persona, infatti, ha una serie di prerogative che non si esauriscono esclusivamente in se stesso.
Non siamo certamente, in quanto persone, come delle sfere che interagiscono tra di loro con un rimbalzare continuo che non riesce ad aprire le une alle altre.
Lavorare, creare valore economico e crescere socialmente senza poter condividere con altre persone i risultati raggiunti, alla fine è insoddisfacente.
Da qui la rilevanza che ha l’idea della felicità personale; quella che si espleta prevalentemente nella dimensione degli affetti familiari, per raggiungere un pieno sviluppo. Una certa mentalità falsamente efficientista e individualista tende a non considerare altro che il tempo impiegato in azienda del lavoratore o del manager. Ma una persona lavora bene quando non lavora soltanto, quando, cioè vi è oltre se stesso un significato altruistico cui destinare il senso stesso del proprio realizzarsi con successo nel lavoro. In tal modo, la dimensione relazionale della persona mi sembra un secondo criterio insopprimibile e centrale in un’adeguata analisi della nozione di sviluppo.
Poi, vi è una terza dimensione che è quella direttamente comunitaria. Attraverso la realizzazione di sé e la realizzazione del proprio ruolo relazionale, ecco che la persona contribuisce al bene comune, ossia ad un modello di sviluppo sociale pienamente integrato.
Il concetto di bene comune ha un posto preminente piuttosto perché i teorici dell’antropologia usano questa categoria nella filosofia politica e sociale.
Però ha poca risonanza nella teoria del business. E questo non tanto per una chiusura preconcetta, ma perché i teorici del bene comune usano delle categorie non famigliari agli economisti ed agli imprenditori a cui risulta difficile tradurre queste categorie nei modelli economici, organizzativi, strutturali che loro utilizzano a livello aziendale.
Bisognerebbe, forse, fare uno studio in parallelo tra quella realtà che troviamo nel fondamento dell’economia quando si parla di produrre quanto serve ai bisogni umani, e quando Aristotele menziona nella sua filosofia morale che il bene è «quello verso cui tutte le persone tendono».
Soltanto quando lo sviluppo di un’impresa industriale si lega indissolubilmente alla realizzazione di una pienezza che non è solipsistica, non solitariamente egoista, non splendida e innaturalmente isolata, ma è piuttosto comunitaria, allora veramente ci troviamo innanzi ad un’idea integralmente piena dello sviluppo che è insieme sociale e umano.
Si può dire che lo sviluppo umano, nel triplice senso personale, relazionale e comunitario, passa attraverso una crescita economica e materiale finalizzata ad umanizzare il contesto in cui si vive. In fin dei conti, l’uomo tende – alle volte quasi senza accorgersene – non soltanto ad avere di più ma ad essere di più.
Questa linea di tendenza non soltanto permette di considerare finalmente l’equilibrio tra il duplice aspetto materiale e personale dello sviluppo, ma permette di considerare a fondo il valore dell’impresa come attività che contribuisce alla costruzione di un modello etico di sviluppo che sia realmente valutabile non in termini soltanto di prodotto contabile dei profitti, ma nei termini qualitativi del prodotto umano della vita.

Luigi MARIANO

Professore di Etica Economica Pontificia Università Gregoriana – Roma
luigimariano@teletu.it
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