Per la Qualità della vita e la competitività del Paese

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Con la conoscenza, le competenze e l’orientamento all’innovazione

«Un Paese povero di risorse materiali e in ritardo dovrebbe investire in formazione più degli altri paesi. Invece continua a non avere una politica della conoscenza, fondamentale per la costruzione del nostro futuro: gli investimenti in istruzione e ricerca ci costerebbero meno di quanto ci costa l’ignoranza. Questo è il paradosso di un’Italia senza sapere»
(Giovanni SOLIMINE, SENZA SAPERE – il costo dell’ignoranza in Italia, Ed. Laterza, 2014)

Il termine “qualità” viene utilizzato in tanti contesti e spesso con accezioni diverse. Vale, ad esempio, per l’espressione ‘qualità della vita’, adottata per indicare il benessere degli individui che vivono in un determinato contesto ambientale. E da un po’ di tempo la misurazione del benessere, dello ‘star bene’ (wellbeing) viene utilizzata come principale strumento per valutare aspetti immateriali non secondari rispetto a valori macroeconomici come il PIL. In molti paesi i poteri pubblici, indipendentemente dalla collocazione politica e ideologica dei rispettivi leader politici, stanno prendendo in seria considerazione una ampia e articolata visione del benessere, capace di andare oltre il calcolo della ricchezza prodotta e del reddito nazionale complessivo.
n3-p6In Gran Bretagna il governo tory di David Cameron ha pensato all’adozione di un ‘indicatore della felicità’ (general wellbeing), capace di rappresentare il benessere sociale, personale, culturale, la gioia di vivere e di divertirsi. A fine 2011 è stato lanciato un sondaggio fra tutti i cittadini britannici per misurarne l’indice di felicità, proponendo dieci domande in cui si chiede se gli inglesi sono soddisfatti della propria vita, del partner, della salute fisica e mentale, del lavoro che svolgono e della retribuzione che ricevono, della vita che si conduce nel quartiere in cui abitano, se si sentono sicuri, se ritengono di aver ricevuto una buona istruzione, se si fidano dei politici che li governano a livello nazionale e locale.
L’ex presidente francese Sarkozy, allo scopo di rivedere le tradizionali classificazioni di ricchezza e benessere, si è avvalso nel 2008-2009 della collaborazione di una commissione di cui facevano parte Amartya Sen, Jean-Paul Fitoussi e Joseph Stiglitz, che la presiedeva: ne scaturì un set di indicatori riguardanti ambiente, salute, benessere economico, istruzione, lavoro, relazioni sociali, sicurezza (1).
Con tempi di reazione un po’ più lenti, anche in Italia si è cominciato a lavorare attorno a queste nuove misure e dal 2013 l’ISTAT e il CNEL pubblicano annualmente il rapporto BES: il benessere equo e sostenibile in Italia, che analizza le condizioni di un benessere sociale, non individuale, degli italiani. Le dimensioni di questo benessere sono: salute, istruzione e formazione, lavoro e conciliazione dei tempi di vita, benessere economico, relazioni sociali, politica e istituzione, sicurezza, benessere soggettivo, paesaggio e patrimonio culturale, ambiente, ricerca e innovazione, qualità dei servizi (2).
Combinando dati statistici e percezioni dei cittadini, l’OCSE ha provato a calcolare per 36 paesi un Better life index, fondato su 11 parametri: condizioni abitative, reddito, occupazione, spirito pubblico, istruzione, ambiente, impegno civico, salute, soddisfazione personale di vita, sicurezza, equilibrio tra vita privata e lavoro (3).
Tutti questi tentativi hanno in comune la ricerca di una “dimensione ambientale e civica” del benessere, sulla scia dei lavori di Amartya Sen, l’economista/filosofo bengalese insignito nel 1998 del Premio Nobel per l’Economia, che ha allargato i confini dell’economia e ha sviluppato un approccio radicalmente nuovo alla valutazione del livello di benessere di una società: una società i cui membri devono avere la possibilità di condurre la vita desiderata, di vivere esperienze positive, di sentirsi liberi di scegliere. Sen non guarda al benessere o alla felicità percepita, al subjective wellbeing, a ciò che gli uomini “sentono” come individui, ma a ciò che essi “fanno” nella comunità. Sen pensa alle capabilities, e cioè alle opportunità concrete, alle “libertà positive” di cui il cittadino dispone (4).
Ma da cosa dipende questa capacità di partecipare, di essere inclusi nella società, di star bene? Come e dove è possibile conquistarla? Come si costruiscono le premesse per cui le persone vengano messe in condizione di vivere una “vita di qualità”?
Il pensiero corre immediatamente al processo formativo – meglio ancora, educativo, come preferisce chiamarlo Goffredo Fofi (5) – e cioè dell’azione mirata a tirar fuori il meglio da ciascuno e ad aprire orizzonti nuovi e più ampi.
Ci si potrebbe limitare a dire che la scuola non ha solo il compito di insegnare a leggere, scrivere e far di conto, ma quello di formare i cittadini, cercando di dare loro quella consapevolezza che dovrebbe consentire a tutti e a ciascuno di leggere la realtà, di orientarsi nelle proprie scelte, di acquisire la libertà di star bene; la scuola ha il compito di fornire ai giovani gli strumenti per essere “inclusi” nella società del XXI secolo. C’è un rapporto forte fra le competenze di base, disciplinari, che la scuola fornisce e la formazione complessiva delle persone, intesa sia come crescita individuale che come crescita collettiva.
Le indagini PISA rilevano periodicamente il livello delle competenze dei nostri adolescenti6 e, anche se con qualche miglioramento, in particolare per il problem solving, evidenziano ancora un certo ritardo rispetto ai valori medi dei paesi industrializzati.
Per quanto riguarda la popolazione compresa fra i 16 e i 65, poi, disponiamo dei dati ricavati dall’indagine PIAAC nel periodo 2011-2012 (7), che conferma un pesante gap dell’Italia rispetto ai paesi OCSE. Le competenze vengono misurate attraverso alcuni test, che danno luogo ad un punteggio:

  • nelle competenze alfabetiche (literacy: «comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità») gli italiani totalizzano un punteggio medio pari a 250 (media OCSE 273);
  • per le competenze matematiche (numeracy: «accedere, utilizzare, interpretare e comunicare le informazioni numeriche») siamo a 247 punti (media OCSE 269).

Tali punteggi vengono classificati in 6 livelli di competenze e il livello 3 viene considerato il minimo indispensabile «per vivere bene e lavorare efficacemente nel XXI secolo», livello che viene pienamente raggiunto in Giappone, Finlandia, Paesi Bassi, Australia, Svezia, Norvegia, Estonia e sfiorato in gran parte dei 24 paesi OCSE analizzati in questa ricerca. Rimane la Spagna a farci compagnia nelle posizioni di coda: siamo all’ultimo posto per le competenze alfabetiche e al penultimo per quelle matematiche.
Soltanto il 29,8% degli italiani si colloca al livello 3 per la literacy e il 28,9% per la numeracy: ne possiamo dedurre che più del 70% può essere definito “ignorante”.
Sono dati che, per il fatto stesso di riguardare le persone in età lavorativa, la dicono lunga sulla qualificazione o la qualità – ecco che torna questo termine – dei nostri operai, tecnici e impiegati e sulle possibili ricadute di questa incompetenza sulla loro produttività. Dall’insieme degli indicatori sui livelli di istruzione e di competenze scaturisce una fotografia di quello che si può definire il “capitale umano” di una società, racchiudendo in questa espressione il patrimonio di abilità, conoscenze e competenze formali e informali – acquisite attraverso un percorso formativo all’interno della famiglia e della scuola, proseguito poi nel corso dell’attività professionale, ma anche con le esperienze della vita quotidiana – che facilitano il benessere personale, sociale ed economico. In tale ambito rientra anche il problema della “manutenzione” nel tempo di questo patrimonio di competenze e qui basterà solo accennare al fatto che in Italia la percentuale di popolazione in età adulta (24-65 anni) che prende parte ad attività di formazione, istruzione o aggiornamento è notevolmente più bassa che nel resto d’Europa: nel 2010 solo il 13%, rispetto al 15% medio dell’UE a 27 (la percentuale è del 16,9 in Germania e del 24,4 in Gran Bretagna).
La qualità del capitale umano ha effetti molto rilevanti, sia a livello individuale che sul “sistema Paese”. In più di una occasione lo ha ricordato anche il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, autore qualche anno fa di un bellissimo volume su questo tema8, e che, tornando sull’argomento in occasione di una manifestazione dedicata alla promozione della lettura, ha dichiarato che «un paese come l’Italia, povero di risorse materiali e in ritardo su molti fronti non solo economici, dovrebbe mirare a investire nella scuola e nella conoscenza non “sotto” o “sulla” ma “al di sopra” della media degli altri paesi» (9).
I nuovi lavori che via via si renderanno disponibili con il procedere dell’innovazione tecnologica, così come con l’allungamento della vita lavorativa, richiederanno alla forza lavoro di affiancare il bagaglio di conoscenze tradizionali e standardizzate con un nuovo “pacchetto” di competenze. L’esercizio del pensiero critico, l’attitudine alla risoluzione dei problemi, la creatività e la disponibilità positiva nei confronti dell’innovazione, la capacità di comunicare in modo efficace, l’apertura alla collaborazione e al lavoro di gruppo sono indispensabili per far fronte in modo efficace a situazioni spesso inedite e non di routine. Non sono certo competenze nuove; è una novità, però, il ruolo decisivo che vanno assumendo nella moderna organizzazione del lavoro. Non dovrebbero essere estranee a un paese come l’Italia, che ha fatto di creatività, estro e abilità nel realizzare e inventare cose nuove la propria bandiera (10).
Quindi possiamo sostenere che il capitale umano è, o dovrebbe essere, la vera ricchezza della nostra nazione e che alla qualità del nostro capitale umano è affidata in larga misura la possibilità di una ripresa del nostro sviluppo e la nostra capacità di innovazione. L’economia knowledge-based, come dice il suo stesso nome, è fondata sul sapere e sul lavoro intellettuale ed è il risultato di una sintesi fra innovazione industriale e occupazione qualificata. La nostra realtà attuale è molto lontana da questo orizzonte ed è caratterizzata dalla scarsa incidenza degli occupati nei settori ad alta densità di conoscenza: attualmente in Italia solo il 3,3% dei lavoratori italiani è impiegato nei settori più innovativi, con un valore inferiore alla media europea (nell’ambito dell’UE a 15 solo Portogallo e Grecia fanno peggio di noi). Queste cifre sono ancora più preoccupanti se si considera che in Italia il dato arretra ogni anno dello 0,3% circa, mentre in Europa cresce in media dello 0,9%.
Contrariamente a tanti luoghi comuni, di cui sono pieni i nostri giornali e talvolta perfino il dibattito fra i decisori pubblici, dove si discetta di titoli di studio inflazionati e di altre amenità del genere, la realtà è assai diversa. Due indicatori balzano immediatamente all’occhio: la quota di persone di 25-64 anni con almeno il diploma di scuola secondaria superiore (56% in Italia rispetto a una media europea del 73,4%) e la quota di persone di 30-34 anni che hanno conseguito un titolo universitario (20,3% rispetto al 34,6%). Anche nei rari casi in cui registriamo qualche piccolo miglioramento, non è il caso di farsi soverchie illusioni: prendiamo il caso dell’incremento del numero dei laureati, che in Italia è stato di due punti e mezzo tra 2008 e 2012. Nello stesso periodo, nei 27 paesi dell’Unione Europea l’incremento è stato di quasi 5 punti, col risultato che all’inizio del periodo preso in esame il differenziale tra noi e la media europea era di -11,8 ed ora è -14,3. Eravamo quartultimi e ora siamo diventati ultimi, essendo stati scavalcati frattanto da cechi, slovacchi e rumeni.
Con una quota così bassa di personale qualificato, per un’ovvia legge di mercato i nostri laureati dovrebbero andare a ruba e trovare lavoro molto facilmente. Invece non è così: in questo ambito si assiste ad una delle più stridenti contraddizioni che a volte il nostro paese ci riserva. L’elevato tasso di disoccupazione o di sottoccupazione intellettuale che si riscontra in Italia, pur in presenza di un numero di laureati inferiore a quello di altri paesi, sta a dimostrare che il nostro apparato produttivo non richiede personale con alti livelli di istruzione. Come avvertono i rapporti del Consorzio Almalaurea (11), occorre evitare il rischio di scambiare le cause con gli effetti, alimentando così l’idea che l’Italia abbia troppi laureati e per di più mal assortiti. C’è chi ritiene che il nostro sistema universitario si ostina a sfornare lavoratori non richiesti dal mercato e poco preparati; se la causa del mancato assorbimento dei nostri laureati dipendesse soltanto da una loro insufficiente preparazione, le aziende si dovrebbero affrettare a investire nella formazione e nell’aggiornamento dei propri dipendenti o potrebbero cercare manodopera qualificata all’estero, cosa che invece non avviene.
Se i nostri migliori laureati non trovano lavoro e sono spesso costretti a emigrare, ciò è dovuto a un sistema produttivo arretrato, incapace di assorbirli. Il ritardo delle imprese italiane tende addirittura a peggiorare: nel corso di questo primo scorcio di secolo, infatti, nelle nostre aziende si è andata costantemente riducendo la percentuale di nuovi assunti con un livello elevato di specializzazione, in controtendenza rispetto a quanto accadeva in tutti gli altri paesi europei. Ciò può essere dovuto alla scarsa propensione all’innovazione di cui soffrono le imprese, anche a causa delle loro piccole dimensioni, e al basso livello di istruzione di gran parte degli imprenditori italiani.
Anche i dati sull’effettivo rendimento dei titoli di studio confermano questa interpretazione: in Italia i laureati di 25-34 anni guadagnano solo il 22% in più rispetto ai diplomati, mentre nei paesi OCSE il differenziale retributivo è mediamente del 40%. Insomma, emerge chiaramente una concatenazione di fattori sociali, culturali ed economici dalle conseguenze preoccupanti.
La conoscenza assume più dimensioni: è un fattore di ricchezza e di coesione sociale. La sua diffusione in una comunità e la solidità delle infrastrutture attraverso le quali questa conoscenza si crea e si distribuisce sono una componente importante del tessuto connettivo di un Paese.
È forte il rammarico per un’Italia senza sapere12, che non si riconosca in questi valori e non avverte l’esigenza di mobilitarsi in questa prospettiva.

NOTE

  1. <http://www.stiglitz-sen-fitoussi.fr>.
  2. <http://www.misuredelbenessere.it>.
  3. <http://www.oecdbetterlifeindex.org>.
  4. Amartya K. Sen, La diseguaglianza. Un riesame critico, Bologna, il Mulino, 2010.
  5. Goffredo Fofi, Salvare gli innocenti. Una pedagogia per i tempi di crisi, Molfetta, La Meridiana, 2012.
  6. Programme for International Student Assessment, <http://www.oecd.org/pisa/>.
  7. Programme for the International Assessment of Adult Competencies <http://www.oecd.org/site/piaac/>.
  8. Ignazio Visco, Investire in conoscenza. Per la crescita economica, Bologna, il Mulino, 2009.
  9. dall’intervento al X Forum del libro Passaparola, Bari 18-19 ottobre 2013 <http://www.forumdellibro.org/news.php?id_news=187>.
  10. Ibidem.
  11. http://www.almalaurea.it/.
  12. mi sono più diffusamente soffermato su questi temi in Senza sapere. Il costo dell’ignoranza in Italia, Roma-Bari, Laterza, 2014.

GIOVANNI SOLIMINE

Professore ordinario di “Biblioteconomia” e di "Libro, Editoria, Lettura" Università di Roma La Sapienza; Presidente del Forum del libro
giovanni.solimine@uniroma1.it
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