«Omnia mea mecum porto…»

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il Direttore Sergio Bini«La Qualità è un viaggio, non una destinazione; più si ottengono risultati, più servono miglioramenti» è la frase di chiusura di un’interessante conversazione-seminario tenuta dal grande prof. Parasuraman nei primi anni Novanta del secolo scorso); lo avevamo invitato per parlare ad un gruppo rappresentativo di “addetti alla Qualità” della più grande azienda del Paese dell’epoca alla quale ho avuto l’onore di appartenere per quasi quaranta anni. Da questa frase nacque una interessante intervista che gli feci al termine per l’house organ aziendale, che intitolai proprio: «la Qualità è lungo un viaggio …». Quando cito questa frase, per una associazione di idee, all’«sistematicamente un parallelismo tra “operatore della Qualità» si sovrappone l’immagine dei coraggiosi pellegrini medievali che si muovevano in territori sconosciuti e che affrontavano mille pericoli portando con sé solo l’indispensabile bagaglio fisico e di “attrezzature intangibili” come: vision, valori, determinazione e competenze metodologiche. Un modello questo riconducibile alla locuzione latina «Omnia mea mecum porto» [attribuita a Biante di Priene; che in italiano diviene: “Tutto ciò che (di buono) è mio, lo porto con me!”]che ho avuto la fortuna di apprendere sin da piccolo. Nella vita, infatti, non occorrono tanti accessori; nei passaggi più importanti, ciascuno deve poter contare quasi esclusivamente sul proprio “patrimonio personale” di conoscenze, competenze, valori, principi e modelli di riferimento etici e metodologici che ha avuto la possibilità di acquisire e valorizzare quotidianamente sin dalla più piccola età (e che si porta indissolubilmente con sé sino al termine dell’esperienza terrena). Il “patrimonio” di conoscenze e competenze personali va gestito con estrema saggezza ed in modo dinamico e reso utilizzabile «per modelli e traiettorie», senza fragili rigidezze. Questo paradigma realizza una interconnessione con le Lezioni americane dell’amato Italo Calvino, con le quali ho iniziato il mio primo editoriale; mi sembra giusto richiamarle anche per il commiato. Nelle sue Lezioni americane, Italo Calvino si chiede: «chi è ciascuno di noi se non una combinatoria di esperienze, di informazioni, di letture, di immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario di oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili».
Al momento della morte improvvisa, sulla scrivania si trovarono le sei cartelline dedicate alle sei lezioni che Calvino avrebbe dovuto tenere poco dopo nella prestigiosa Harvard University. Di queste solo cinque contenevano il testo completo della lezione; la sesta cartellina dedicata alla lezione sulla Consistency era ancora vuota. A questa desidero dedicare queste poche righe.
Ogni “lezione” prendeva spunto da un valore della letteratura considerato importante da Calvino per il nuovo millennio (cioè l’attuale); l’ordine non era casuale e seguiva delle gerarchie valoriali complesse e partiva dalla caratteristica che riteneva più importante, cioè la leggerezza. I sei titoli erano: Lightness (leggerezza), Quickness (rapidità), Exactitude (esattezza), Visibility (visibilità), Multiplicity (molteplicità) e ’ultima lezione avrebbe dovuto essere dedicata alla Consistency (da tradursi con “coerenza”). Quest’ultima lezione non scritta avrebbe dovuto prendere lel mosse dal “modello di Bartleby”, un particolare personaggio (creato da Melville) che accettava solo un certo tipo di lavoro; a tutte le altre richieste, gentilmente ma inflessibilmente, rispondeva: «I would prefer not to» (preferirei di no) perché estranee al proprio catalogo emozionale. Nell’approccio ossimorico alle lezioni, Calvino avrebbe contrapposto alla rigidezza della “coerenza istintiva” il concetto speculare di “resilienza” – che aiuta a trovare soluzioni idonee ed efficaci, senza mettere in discussione principi e valori – e che protegge dalle rotture fragili. Sarebbe stato un capitolo bellissimo!
Nei “miei” 20 numeri di direzione di questa storica e prestigiosa Rivista ho cercato con passione, dedizione e plasticità di «ricostruire la fisicità del mondo attraverso l’impalpabile pulviscolo delle parole» [Calvino]; spero di esserci riuscito, accompagnando i lettori in un percorso di diversificazione delle conoscenze e di ampliamento degli orizzonti all’interno dell’affascinante e caleidoscopico “universo” della Qualità. Ringrazio di cuore gli autorevoli colleghi che mi hanno affidato con fiducia i loro scritti e gli affezionanti lettori che mi hanno fatto sentire la loro presenza al mio fianco. Desidero, infine, far pervenire al mio successore i più sentiti ed affettuosi auguri di buon lavoro ed alla Rivista QUALITA’ di poter crescere ulteriormente per ottenere il futuro che si merita. Buona lettura e buona Qualità.

Sergio BINI

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