Mosaici e decorazioni in stile Cosmatesco

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In questi anni ho avuto la fortuna di conoscere e lavorare con diversi artigiani/artisti che custodiscono e praticano, con passione e dedizione, degli antichi mestieri, spero non destinati a scomparire.
Donatella Servidio è una di questi. In trent’anni ha coniugato le sue abilità manuali e la sua sensibilità personale nella realizzazione di pregiati pavimenti e rivestimenti in pietra e mosaico.
Ha scelto di realizzare mosaici non solo decorativi e contemplativi, ma si è confrontata con pavimenti e rivestimenti di grandi superfici, in Italia, e soprattutto all’estero. Lavorando al suo fianco sono venuta a conoscenza delle pavimentazioni in pietra e in mosaico in uso in Grecia e realizzate anche a Roma e nel Lazio già dal II secolo a.C.
Chi ha realizzato e realizza tali opere, esprime una sensibilità particolare: è capace di prevedere un’unità attraverso la molteplicità, posiziona ogni elemento-componente; in questo caso, ogni tessera, al suo posto migliore, coniugando sapientemente pazienza e capacità artistica. La tecnica del mosaico fu impiegata in diverse aree geografiche fin da epoche antichissime. Le caratteristiche di durevolezza e inalterabilità rendevano questa tecnica adatta alla decorazione di pareti e pavimenti di edifici di culto, di edifici pubblici e delle residenze nobiliari.

FOTO MARO COZZI 1) Pavimentazione in stile cosmatesco premontata in laboratorio su supporto alveolare di alluminio 2) 3) Particolari di pavimentazione in stile cosmatesco

FOTO MARO COZZI
1) Pavimentazione in stile cosmatesco premontata in laboratorio su supporto alveolare di alluminio
2) 3) Particolari di pavimentazione in stile cosmatesco

L’enciclopedia Treccani, alla voce ‘mosaico’, riporta: «MUSAICO (dal greco μουσαϊκόν “[opera]paziente, degna delle Muse”, in latino “musēum” o “musīum”). Disegno o pittura per mezzo di piccoli cubi di pietre naturali, di terracotta o di paste vitree, applicati sopra una superficie solida con un cemento o con un mastice».
La decorazione di pareti e pavimenti con queste tecniche si ottiene con l’accostamento di elementi multicolori di diversi materiali (ciottoli nelle epoche più antiche, pietre dure, marmi in seguito, ma anche conchiglie, madreperla, terrecotte, smalto, paste vitree fino ai più recenti elementi di resine sintetiche).
Gli elementi in pietra, non sempre regolari nella forma e di dimensioni variabili dal millimetro a pochi centimetri, in origine erano di sezione rastremata perché potessero essere facilmente infissi in un letto di base. I Greci li denominavano abakiskoi, i romani abaculi, tesserae o tessellae. Secondo il tipo, la dimensione e la forma delle tessere, le opere e gli artigiani hanno preso nomi diversi.
Probabilmente la tecnica più antica per creare mosaici è stata quella di adoperare materiali esistenti in natura, non trattati dall’uomo, quali sassolini, ghiaia, ciottoli, pietruzze, conchiglie di diverso colore sistemati su un letto di calce per realizzare decorazioni geometriche e/o figurative. Se ne trovano in Grecia e in Asia Minore, spesso ottenuti con ciottoli di colori chiari su fondi scuri.
La tecnica del mosaico era impiegata per ornare i “letti” di cocciopesto (particolare conglomerato di cui erano specialiste le maestranze dell’antica città laziale di Segni e detto per questo Opus signinum).
La decorazione si otteneva sistemando in sequenza, nel cocciopesto, tesserine di marmo o ciottolini. Inizialmente le tessere erano assai distanziate fra loro e disposte secondo semplici tracce geometriche.

FOTO MEISSA MAYTREIA 1) Strumenti del mosaico: tagliolo su ciocco di legno, martellina, tenaglia 2) Taglio di una tessera di piccole dimensioni (mosaico minuto) 3) La mosaicista Donatella Servidio in laboratorio

FOTO MEISSA MAYTREIA
1) Strumenti del mosaico: tagliolo su ciocco di legno, martellina, tenaglia
2) Taglio di una tessera di piccole dimensioni (mosaico minuto)
3) La mosaicista Donatella Servidio in laboratorio

Altra tecnica è l’Opus Tessellatum, un mosaico realizzato con tessellae di pietra o marmo (piccole pietre di forma regolare quadrata), che appare come un reticolo geometrico, compatto e regolare, derivante dalla forma precisa e costante della tessera stessa. È destinato ai pavimenti ed è realizzato anche da maestranze (i tessellari) meno abili dei musivari. Con il reticolo geometrico di tessere regolari è possibile ottenere i decori più semplici, da realizzare con uno schema geometrico ripetitivo, mediante il semplice contrasto di colore ottenuto con diverse pietre o marmi.
Attualmente sono i prodotti più eseguiti nella lavorazione industriale. Altro modo è quello denominato Opus Scutulatum, quando scaglie irregolari di pietra o di marmi policromi, di diverse dimensioni, vengono inserite in un fondo battuto o di un tessellatum di tessere quadrate o rettangolari. Se i pavimenti sono invece interamente realizzati con frammenti di pietra o marmo su di un fondo battuto, si definiscono o Opus segmentatum, quando il taglio e la distribuzione sono casuali, o Opus sectile, – molto diffuse nella Roma imperiale –, quando i pezzi di marmo o pietre di varia grandezza e colore, sono tagliati con forme definite e disposti a comporre, per contrasto, un disegno semplice o complesso.
Il mosaico ottenuto con tessere minuscole, di più varia gamma cromatica, non solo cubiche, anche irregolari, tagliate e disposte secondo l’andamento di motivi figurativi o naturalistici, rinvenibili inizialmente negli emblemata (decorazioni poste nel centro dei pavimenti) è chiamato Opus vermiculatum.
Un mosaico vermiculatum in tessere di pietra, marmi o anche pasta vitrea, cotto-ceramica e madreperle, destinato alle decorazioni parietali, composto di tessere piccole adatte alla sinuosità dei contorni delle decorazioni e delle superfici, s’identifica con il nome di Opus musivum.
Il vero Maestro d’arte, antico o moderno, è in grado di portare a compimento l’insieme delle fasi di realizzazione di un mosaico, che vanno dall’ideazione dell’opera con la realizzazione di bozzetti, alla definizione dei disegni esecutivi, alla realizzazione vera e propria con l’eventuale posa in opera. La decorazione di ampie superfici può prevedere la collaborazione e il lavoro coordinato di maestranze con differenti competenze.
Quella del mosaico è un’arte tradizionale che è trasmessa di generazione in generazione.
Alcune indicazioni per l’antica tecnica di costruzione di un mosaico pavimentale sono fornite da Vitruvio e da Plinio, ma sicuramente la maggior parte delle informazioni sui mosaici del passato ci deriva dalle osservazioni dirette sui manufatti giunti fino a noi. Rispetto ai mosaici pavimentali, i mosaici parietali non hanno un’autorevole codificazione storica; i metodi utilizzati per realizzarli, la scelta dei materiali, il numero e la qualità degli strati, non seguono uno schema fisso.
I motivi sono soprattutto di ordine economico, ma anche tecnico: non era necessaria una grande resistenza ai cedimenti, poiché i mosaici parietali non erano calpestabili, inoltre, per lo stesso motivo, le tessere potevano avere caratteristiche meccaniche inferiori, tanto che, proprio per i mosaici parietali, si diffuse l’uso delle delicatissime tessere vitree a foglia d’oro.
Sia i mosaici antichi che quelli moderni, a pavimento o a parete, prevedono diversi stadi di esecuzione: l’allestimento di un sottofondo, l’impasto delle malte leganti, l’ideazione della composizione, l’allettamento delle tessere.
Nel corso di secoli non sono molto cambiati né la modalità né gli strumenti adoperati dagli artigiani/artisti per l’esecuzione di rivestimenti e pavimenti con tali tecniche. Esistono ovviamente delle fasi della produzione che sono industriali, ma anche le case produttrici più industrializzate mantengono delle fasi manuali di lavorazione. È industriale la produzione delle tessere, tagliate a macchina da lastre di marmo o pietra, oppure ricavate da piastre di smalti, ma rimane artigianale la loro posa, al rovescio su disegni predisposti su carta e/o direttamente sulle superfici finali. Laddove non è utilizzabile la forma preconfezionata, resta artigianale il “taglio” della tessera per adattarla alla traccia del disegno.
Il maestro artigiano, con gesti che si tramandano nelle botteghe/laboratori direttamente da maestro ad allievo, da lungo tempo esegue il taglio posando la tessera su di un “tagliolo” (una sorta di cuneo di ferro infisso in un ciocco di legno con la lama verso l’alto) e colpendolo con una “martellina” (martello a doppio taglio) e manovrando le tessere con pinzette. Ogni manufatto realizzato in questo modo è unico, originale, irripetibile, in grado di trasmettere le profonde suggestioni che si provano di fronte ai mosaici più antichi.
Sono tre i metodi di posa delle tessere. In origine si utilizzava un metodo diretto. Nel corso del tempo, e già in antichità per le figure più complesse, è stato elaborato un metodo indiretto, ancora utilizzato. Un metodo diretto, su supporto provvisorio, è stato messo a punto da mosaicisti ravennati in tempi più moderni. Il metodo diretto consiste nel seguire un disegno guida, disponendo direttamente le tessere nel legante definitivo. Tale tecnica, nel caso di composizioni figurative, richiede una grande capacità compositiva e artistica da parte del mosaicista, che deve essere in grado di percepire gli effetti chiaroscurali dei giochi di luce e di colore prodotti con la giustapposizione delle tessere, senza permettersi molti ripensamenti. Il metodo indiretto consiste nel preparare un disegno su un supporto di tela o carta, sul quale vengono incollate, in laboratorio, le tessere; il mosaico così composto viene allettato direttamente sulla malta stesa, in situ, sulla superficie da rivestire, quindi viene eliminata la tela o la carta. Tale procedimento è estremamente più veloce rispetto al metodo diretto e notevolmente più economico. Fu meglio definito, verso la fine dell’’800, da Gian Domenico Facchina, esperto restauratore, che sistematizzò la tecnica cosiddetta “a rovescio”.
Nel passato, i mosaicisti impiegavano leganti miscelando calci con comuni sabbie oppure con il cocciopesto e la pozzolana, producendo un composto simile alle calci idrauliche attuali. I mosaicisti moderni utilizzano nuove materie prime, come il cemento, e alcuni nuovi adesivi o resine.
Una volta realizzato il mosaico di pietra e marmi, adeguatamente stuccato e asciutto, oggi può essere trattato in superficie con cere o materiali sintetici che producono differenti effetti visivi (per esempio, l’effetto bagnato) oppure aumentano, nel tempo, l’impermeabilità e l’inalterabilità delle superfici, anche se, come possiamo constatare osservando i pavimenti più antichi, a un occhio che dà valore alla storia, il consumo del tempo non fa altro che abbellire l’opera.
Citavo all’inizio il lavoro artistico di Donatella Servidio. Ha dapprima affinato le sue capacità manuali imparando a sbalzare l’ardesia in Messico, poi, più di trenta anni fa, si è formata “a bottega” da un anziano mosaicista romano. Nel corso degli anni si è confrontata con mosaici di grandi dimensioni e di forme diverse, da quelle più semplici a quelle più complesse, comprendendo che ogni lavoro, ogni esperienza è fonte di apprendimento e quindi di arricchimento culturale per un artigiano che lavori con passione. L’esperienza collaborativa che si vive nel suo laboratorio a Canino, in provincia di Viterbo, è particolare, perché, come una volta, nella “bottega” ci si arricchisce nel rapporto con le abilità, le conoscenze e le differenze di ciascun componente. Tra i suoi lavori principali, oltre al pavimento in mosaico dell’attuale Galleria Alberto Sordi a Roma (ex Galleria Colonna), ha realizzato pavimenti e tavoli di particolare pregio e di forte impatto visivo, in stile cosmatesco.
Oggi si parla di “stile cosmatesco” per indicare lo stile e le tecniche utilizzate dai “marmorari” più famosi di Roma e dai loro imitatori. Le botteghe dei Cosmati, attivi tra il XII e il XIII secolo, sono conosciute in tutto il mondo per la loro particolare maestria; appartenenti a quattro diverse generazioni, hanno realizzato lavori architettonici, sculture e soprattutto grandi mosaici decorativi prevalentemente in luoghi ecclesiastici. Si definiscono generalmente “Cosmati”, poiché i marmorari romani lasciarono nelle loro opere delle iscrizioni epigrafiche che riportano il nome “Cosma” (Cosmas, Cosmatus). La famiglia dei Cosmati ha goduto di un’elevata condizione sociale grazie ad un rapporto diretto e di grande prestigio con la Curia Pontificia. I pavimenti in stile “comatesco” possono considerarsi un tipo di opus sectile molto complesso e di grandi dimensioni, che trova ispirazione in opere d’influenza islamica e bizantina. Tali pavimenti, presenti in varie cattedrali nel mondo, come quella di Westminster a Londra o di S. Marco a Venezia, sono realizzati in marmi policromi. Il ripetersi di tali complessi giochi cromatici e geometrici in luoghi molto frequentati dedicati al culto, in epoche e in zone diverse del mondo, potrebbe non esprimere soltanto lo stile di “una moda ecclesiastica” sfarzosa. È indubbio l’impatto di stupore emozionale di fronte a tali realizzazioni. Solo rimanendo a Roma, li possiamo ammirare in Santa Maria in Cosmedin, nella Chiesa di San Benedetto in Piscinula, di Santa Prassede, nelle Basiliche di Santa Maria Maggiore di San Clemente, di San Crisogono, di Santa Croce in Gerusalemme, dei Santi Quattro Coronati, di Santa Maria in Aracoeli, San Lorenzo fuori le Mura.
Opere di questa grandezza ci portano a considerare l’espressione artistica come un dono ricevuto da alcuni membri del genere umano, un’intuizione che si affina con l’evoluzione della specie attraverso la crescente consapevolezza di “chi siamo”, di quello che sappiamo fare, delle nostre origini e delle leggi che definiscono il modo e il mondo in cui viviamo. In quest’ottica, gli artisti “Musivari” possono essere considerati, nel campo dell’arte figurativa, quali anticipatori di una visione composita della realtà che siamo in grado di concepire con i nostri cinque sensi. Si è visto, nel corso dei secoli, che gli studi percettivi hanno portato nell’arte figurativa a correnti quali l’impressionismo, il puntinismo, per poi arrivare alle riproduzioni, nel secolo scorso, d’immagini in bianco e nero, alle prime televisioni, alle attuali riproduzioni d’immagini su web e telefonini, passate per la scomposizione in pixel degli elementi costitutivi. Osservando il meraviglioso mosaico della cattedrale di Otranto, raffigurante un albero della vita realizzato in mosaico in opus vermiculatum, si può notare la figura di Atlante che regge una terra schematizzata, invece, con la tecnica “cosmatesca”. Si potrebbe ipotizzare che le pavimentazioni cosmatesche, tipiche del periodo medievale, siano state realizzate, non a caso nelle cattedrali e negli edifici di culto sparsi nel mondo tra Oriente e Occidente, siano espressione, da un lato, di un sapere arrivato in via intuitiva agli uomini che li osservavano e, da un altro punto di vista, di una conoscenza che stiamo sperimentando negli ultimi secoli. In tali pavimentazioni, distaccandosi dall’ambito figurativo, marmi e pietre sono tagliati con forme e dimensioni differenti, seguendo geometrie complesse. Com’è noto, la geometria è nata come studio e misurazione della terra. È impressionante constatare come in diverse parti del mondo, in epoche in cui s’impiegavano anni e grandi risorse per andare da un capo all’altro del mondo, si siano adoperate le stesse rappresentazioni.
Come osserva Piero Angelucci: «Per molti secoli la geometria fu considerata uno strumento universale. Come veicolo simbolico poteva condurre la mente, al di là della materia grezza e primitiva, nel regno delle idee sublimi. Come mezzo pratico, risolveva i problemi concreti della vita: misurare, costruire, abbellire, e questo modo di ragionare durò fin quando, durante il medioevo, la matematica si separò dalla geometria divenendo la scienza potente che ha portato ai progressi della modernità»1.
Molti sono gli studi che tentano di decodificare testimonianze d’arte antica attraverso la matematica, cercando di estrarre dei numeri significativi da schemi geometrici con i quali sono realizzati i pavimenti cosmateschi o in stile cosmatesco. Potrebbe non essere l’unica strada interpretativa da seguire per comprendere i messaggi scritti con la pietra in epoche passate. Il confronto delle figure geometriche e simboliche, che si ripetono in luoghi opposti del pianeta molto prima della globalizzazione di Internet, lascia pensare che antichi saggi abbiano compreso leggi universali.
Molti anni fa lessi un libro scritto da Schneider Marius dal titolo “Pietre che cantano, Studi sul ritmo di tre chiostri catalani in stile romanico”, di cui riporto una citazione critica di Elémire Zolla, che condivido pienamente: «Rari sono i libri che possono cambiare la vita di chi li legge: questo è uno di essi. Chi sappia cavarne tutte le deduzioni, vede in modo nuovo la storia, ascolta altrimenti i suoni della natura e la musica, guarda diversamente le cose. Intanto le guarda con l’orecchio: impara a coglierne il ritmo, la vibrazione essenziale. Schneider osservò i chiostri romanici di San Cugat, di Gerona e di Ripoll in Catalogna, annotò le figure effigiate sui capitelli assegnando a ciascuno un valore musicale, quindi lesse come simboli di note le singole figure, basandosi sulle corrispondenze tramandate dalla tradizione indù, e scoprì infine che la serie corrispondeva all’esatta notazione degli inni gregoriani dedicati ai santi di quei chiostri».
Molte delle simbologie geometriche adoperate in antichità, sia a Oriente, sia in Occidente, si riferivano probabilmente a forme, rapporti complessi generati da “un’armonia vibrazionale” capace di definire le infinite forme della materia. Nel 1700 gli esperimenti del fisico Ernst Chladni dimostrarono che determinate vibrazioni riuscivano a organizzare, distribuire e generare delle forme con la sabbia sparsa su una membrana. Gli esperimenti appaiono molto semplici: della sabbia molto fine era posta su una membrana vibrante (a quel tempo poteva essere una lastra di metallo o di vetro), che fatta vibrare utilizzando un archetto di violino, induceva la sabbia ad assumere determinate forme in base alla frequenza vibratoria. Le figure che si formano sono disegni geometrici molto simili a quelli adoperati nelle pavimentazioni cosmatesche e analoghe anche a taluni mandala e yantra orientali, adoperati come supporto per la meditazione. Nell’osservare tali figure, la mente umana riconosce e s’impregna di messaggi simbolici.
Intorno ai primi anni del ‘900 gli studi di Chladni furono sviluppati e applicate alle nuove tecnologie dell’epoca da Hans Jenny, che dimostrò come le onde sonore avevano un effetto morfogenetico, cioè potevano creare delle forme nel mondo fisico. Grazie all’uso delle nuove tecnologie, come generatori di frequenze elettroniche e altoparlanti, Hans dimostrò come, al variare delle frequenze sonore, la materia (utilizzava sabbia, sale, polvere o anche liquidi) cambia di forma andando a disporsi in un modo preciso e strutturato. Chiamò questi studi “Cimatica”. Inoltre, all’aumentare della frequenza vibratoria, le immagini diventano sempre più belle e sempre più complesse.
Utilizzò anche uno strumento chiamato fonoscopio, che gli permise di produrre le vibrazioni direttamente dalla voce umana, scoprendo che pronunciando vocali delle antiche lingue, sanscrito ed ebraico, la sabbia assumeva il simbolo grafico corrispondente. Da questi esperimenti si deduce che queste lingue “sacre” furono definite da persone che conoscevano qualcosa di simile alla “Cimatica”.
Se il suono produce delle forme, le forme ci possono indicano dei suoni.
Un’altra chiave interpretativa è quella che considera le figure rappresentate su un piano, quindi su due direzioni, come proiezioni di forme multidimensionali. Max Plank, il padre della fisica quantistica, afferma: «La materia non esiste, tutto è vibrazione!».
Nel 1944, pochi anni prima di morire, scrisse: «Avendo consacrato tutta la mia vita alla Scienza più razionale possibile, lo studio della materia, posso dirvi almeno questo a proposito delle mie ricerche sull’atomo: la materia come tale non esiste! Tutta la materia non esiste che in virtù di una forza che fa vibrare le particelle e mantiene questo minuscolo sistema solare dell’atomo. Possiamo supporre al di sotto di questa forza l’esistenza di uno Spirito Intelligente e cosciente. Questo Spirito è la ragione di ogni materia» (*).2
Tale concezione conferma la correlazione tra suono/vibrazione/materia e figure/geometria. Personalmente, sto cercando di approfondire lo studio dei pavimenti cosmateschi in questa ottica.
Per concludere, è possibile affermare che l’artigiano – in questo caso il mosaicista – può considerarsi il prosecutore/divulgatore, non sempre consapevole, di messaggi antichissimi ed universali.
La separazione tra “sapere astratto” e sapere “pratico,” che ha portato anche a sminuire culturalmente il valore delle scuole professionali/artigiane, nello scenario attuale, che vede la crisi del sistema economico avviato negli anni sessanta, potrà subire una inversione di tendenza in funzione e con lo sviluppo di una concezione diversa del sapere. Una più matura consapevolezza potrebbe essere quella di riscoprire le tracce, antiche e nuove, di una conoscenza collettiva universale, aiutando una reale formazione della persona e non solo attraverso una informazione nozionistico-strumentale.
Nell’ottica di una società “mondiale”, vedo l’urgenza di promuovere l’espressione delle potenzialità e delle peculiarità di ciascuno, dei singoli talenti in ogni settore/tipologia di espressione lavorativa. Nell’era globale, l’artigiano, dovrà relazionarsi con un mondo sempre più vasto e complesso, di cui peraltro è stato sempre interprete ed espressione.

NOTE

1 “Cosmati nuove ipotesi”, in www.archeobliblio. com, 2010
2 Da un discorso di Max Planck tenuto a Firenze nel 1944, dal titolo “La natura della materia” (The Essence/Nature/Character of Matter); Archiv zur Geschichte der Max-Planck-Gesellschaft, Abt. Va, Rep. 11 Planck, Nr. 1797.

I view centuries-old mosaics as intuitions of a composite vision of reality: mosaics made of tesserae eventually led, following impressionism and pointillism, to images broken down into pixels for reproduction on the web. In their day, the medieval “Cosmati” created elaborate geometries with marble and stone cut into a various forms and sizes, apparently giving expression to universal laws of “vibrational harmony” that had yet to be understood.
In the field of “Cymatics”, variations in sound frequencies alter the form of matter, increasing its vibration rate and giving rise to complex images that bear a significant resemblance to cosmatesque floors. As Max Plank, the father of quantum physics, put it: “Matter does not exist. Everything is vibration!”. And so mosaic craftsmen produce messages both time-honoured and universal.

Maria Cristina MARCHETTI

architetto, Roma
mc.marchetti@mclink.it
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