Per l’OCSE L’Italia primeggia nel «lavoro senza qualità»

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Una recente indagine dell’OCSE «OECD – JOB QUALITY Database (2016)» ha fornito elementi molto interessanti per rappresentare un quadro della qualità del lavoro nei vari paesi aderenti all’Organizzazione; l’Italia, purtroppo, è vicina alla media nelle remunerazioni, debole nelle condizioni dell’ambiente lavorativo e agli ultimi posti per la protezione nel mercato del lavoro. Nel linguaggio della Qualità ci sarebbero enormi aree di miglioramento. Negli ultimi tempi, i dati su occupazione e disoccupazione hanno conquistato spesso le prime pagine dei giornali e monopolizzato sovente i dibattiti politici, soprattutto dopo l’approvazione del Jobs Act. L’aspetto più difficile da misurare resta la qualità dei posti di lavoro (esistenti e creati). Ma come si misura la qualità del lavoro?
L’OCSE ha elaborato un quadro di analisi per misurare con indicatori oggettivi la qualità del lavoro secondo tre dimensioni:
1. la qualità delle remunerazioni: per misurare se i redditi da lavoro riescano a portare il benessere dei lavoratori (salari medi a parità di potere d’acquisto e loro distribuzione);
2. la protezione nel mercato del lavoro, per misurare la probabilità di perdere il proprio posto di lavoro e nell’eventualità di ricevere un sussidio per attutire le gravi ripercussioni economiche che ne conseguono;
3. la qualità dell’ambiente di lavoro, algoritmo utile per misurare gli aspetti non economici (natura e contenuto del lavoro svolto; orari di lavoro; relazioni lavorative).
Anche questi risultati registrano una notevole diversità tra paesi aderenti all’OCSE.
Se si considerano i tre indicatori insieme, i paesi con una qualità del lavoro più elevata sono quelli scandinavi, ma anche la Germania, l’Austria, la Svizzera e l’Australia. All’estremo opposto si trovano i paesi dell’Est e del Sud dell’Europa che risucchiano al loro interno anche l’Italia, purtroppo; la posizione è soprattutto determinata dalla scarsa protezione nel mercato del lavoro e da una qualità non eccellente dell’ambiente lavorativo. Più nel dettaglio, in Italia la qualità delle remunerazioni a parità di potere d’acquisto è vicina alla media OCSE: nonostante salari medi inferiori, le disuguaglianze salariali sono relativamente più basse rispetto a molti altri paesi; questi due elementi insieme permettono di collocare l’Italia nel gruppo intermedio, lontana dai paesi scandinavi.Molto più debole, invece, è il livello di protezione nel mercato del lavoro. L’Italia è terzultima, dopo Grecia e Spagna, allo stesso livello del Portogallo: il risultato è determinato da un aumento significativo delle probabilità che hanno i lavoratori di perdere il posto di lavoro senza poterne trovare un altro in tempi brevi e da un sistema di sostegno al reddito per i disoccupati ancora parziale. Più in generale, il risultato riflette il dualismo del nostro mercato del lavoro, cioè lo scarto che esiste tra i lavoratori con contratto a tempo indeterminato e gli altri, non solo in termini di regole per il licenziamento, ma anche di coperture previdenziali più basse. Per quanto riguarda invece la qualità dell’ambiente di lavoro, l’Italia è nella parte bassa della classifica dei paesi OCSE; risulta infatti che quasi la metà dei lavoratori italiani è “sotto pressione”, cioè esposta a ritmi elevati e, in alcuni casi, a rischi per la salute non compensati da risorse adeguate per svolgere le mansioni richieste.
Si riporta di seguito la graduatorie di questa “dimensione”: 1) Finlandia (in rialzo); 2) Danimarca (in rialzo); 3) Irlanda (in rialzo); 4) Lussemburgo (situazione invariata); 5) Regno Unito (situazione invariata); 6) Estonia (in discesa); 7) Svezia (in rialzo); 8) Belgio (in rialzo); 9) Repubblica Ceca (in discesa); 10) Olanda (in rialzo); 11) Austria (situazione invariata); 12) Germania (in discesa); 13) Francia (in discesa); 14) Portogallo (in discesa); 15) ITALIA (in discesa); 16) Polonia (in discesa); 17) Slovacchia (situazione invariata); 18) Slovenia (in rialzo); 19) Ungheria (situazione invariata); 20) Spagna (situazione invariata) 21) Grecia (situazione invariata).
La crisi ovviamente non ha migliorato la situazione: la qualità dei salari è scesa; il grado di protezione è peggiorato sensibilmente (l’Italia era a due terzi della classifica OCSE nel 2007, è ora terzultima); la qualità dell’ambiente di lavoro è migliorata leggermente, in parte in conseguenza del fatto che i posti di lavoro più “sotto pressione” sono andati persi, con un effetto meccanicamente positivo sulla media generale.

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