L’Italia ha una profonda crisi della cultura sistemica

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Il 5 dicembre scorso a Roma nella prestigiosa cornice di Villa Lubin a Villa Borghese – sede del CNEL, Consiglio Nazionale dell’economia e del lavoro – è stato presentato dal CENSIS il volume del 48° Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2014.
Dalle parole di presentazione del Presidente del CENSIS, Giuseppe De Rita, emerge che in Italia c’è una profonda crisi della cultura sistemica. Poteri sovranazionali, politica nazionale, istituzioni, minoranze vitali, gente del quotidiano, sommerso e comunicazione sono sette mondi non comunicanti, che vivono di se stessi e in se stessi in un parallelo sobollire. Viene a mancare quella politica che si esplichi come arte di guida degli interessi della comunità nazionale.

Il Paese delle sette giare

Una profonda crisi della cultura sistemica
Il Paese può essere rappresentato come una società liquida che rende liquefatto il sistema. Senza un ordine sistemico, i singoli soggetti sono a disagio, si sentono abbandonati a se stessi, in una obbligata solitudine: vale per il singolo imprenditore come per la singola famiglia. Tale estraneità porta a un fatalismo cinico e a episodi di secessionismo sommerso, ormai presenti in varie realtà locali.

La società delle sette giare
La profonda crisi della cultura sistemica induce a una ulteriore propensione della società a vivere in orizzontale. Interessi e comportamenti individuali e collettivi si aggregano in mondi non dialoganti.

Rielaborazione - curata dal direttore della Rivista - dei numerosi e voluminosi “comunicati stampa” predisposti dall’Ufficio Stampa del CENSIS in occasione della presentazione del 48° rapporto CENSIS sullo stato sociale del Paese 2014.

Rielaborazione – curata dal direttore della Rivista – dei numerosi e voluminosi “comunicati stampa”
predisposti dall’Ufficio Stampa del CENSIS in occasione della presentazione del 48° rapporto CENSIS sullo stato sociale del Paese 2014.

Non comunicando in verticale, restano mondi che vivono in se stessi e di se stessi. L’attuale realtà italiana si può definire come una «società delle sette giare», cioè contenitori caratterizzati da una ricca potenza interna, mondi in cui le dinamiche più significative avvengono all’interno del loro parallelo sobollire, ma senza processi esterni di scambio e di dialettica. Le sette giare sono: i poteri sovranazionali, la politica nazionale, le sedi istituzionali, le minoranze vitali, la gente del quotidiano, il sommerso, il mondo della comunicazione.

I poteri sovranazionali
I cittadini sono sempre di più condizionati dal circuito sovranazionale, senza che mai ricevere risposte adeguate alle aspettative collettive.
La finanza internazionale si regola e regola ciascuno di noi attraverso lo strumento del mercato con procedure che vivono di vita propria, senza innervare una reale dialettica con le realtà nazionali. E le autorità comunitarie, con i vincoli cui sono sottoposti gli Stati (direttive, controlli, parametri, patti di stabilità, fiscal compact, e così via), comportano una crescente cessione di sovranità (quasi una sudditanza), che spinge a un crescente egoismo nazionale e a un continuo confronto duro sui relativi interessi.

La politica nazionale
Non riuscendo a modificare i circuiti di potere sovraordinato, la politica è riconfinata nell’ambito nazionale, con la reazione di immaginare di rilanciare il primato della politica. In una società molto frammentata e molecolare si era creato un vuoto di decisionalità e di orientamento complessivo. Su questo vuoto si è costruita un’onda di rivincita sulla rappresentanza, sui corpi intermedi, sulle istituzioni locali, stimolando così una empatia consensuale.
Ma il primato della politica rischia di restare senza efficacia collettiva, a causa della perdita di sovranità verso l’alto e non avendo potere reale verso il basso, perché la volontà decisionale e la decretazione d’urgenza supportata dai voti di fiducia non sempre riescono a passare all’incasso sul piano dell’amministrazione corrente e dei comportamenti collettivi. La politica rischia di restare confinata al gioco della sola politica.

Le istituzioni
Vivono in una dinamica tutta loro: abbiamo grandi enti pubblici vuoti di competenze il cui funzionamento è appaltato a società esterne di consulenza o di informatica, personale pubblico che sente la tentazione di fare politica o passa a occupare altri ruoli (di garanzia o di gestione operativa), un costante rimpallo delle responsabilità fra le diverse sedi di potere, rincorse infinite fra decisioni e ricorsi conseguenti. La giara sobolle in piena inefficacia collettiva.

Le minoranze vitali
I medio-piccoli imprenditori concentrati sull’export e sulla presenza internazionale nel manifatturiero, ma anche nell’agroalimentare, nel turismo, nel digitale, nel terziario di qualità, costituiscono un insieme variegato che si è rivelato molto competitivo. Tendono però a non fare gruppo. Preferiscono vivere ancorati alle loro dinamiche aziendali, con una durezza della competizione che alimenta il loro gene egoista, riducendo le relazioni verso l’esterno. I vari protagonisti si sentono poco assistiti dal sistema pubblico, così aumenta il loro congenito individualismo e si riducono le loro appartenenze associative e di rappresentanza.

La gente del quotidiano
È un altro mondo che vive di se stesso. Qui non c’è mobilità verticale, né perseguita singolarmente, né espressa in aggregazioni intermedie (sindacali, professionali, sociali). C’è una sospensione delle aspettative. È un terreno dove possono incubarsi crescenti diseguaglianze e imprevedibili tensioni sociali. Emerge solo la voglia dei nuovi diritti nella sfera individuale, con rivendicazioni soggettive (il diritto di avere un figlio anche in età avanzata, alla dolce morte, ad avere un matrimonio di tipo paritario) che però riguardano una minoranza attivista incapace di indurre grandi trasformazioni sociali, come era invece avvenuto negli anni Settanta (anni di grandi battaglie sui diritti, ma anche di grandi desideri collettivi).

Il sommerso
Consente alle famiglie ed alle imprese di reggere; è il riferimento adattativo di milioni di italiani. C’è una recrudescenza della propensione di tutti a nascondersi, proteggersi e sommergersi, che riguarda l’occupazione, la formazione del reddito, la propensione al risparmio, anch’esso sommerso, in nero, cash. Il mondo del sommerso rinforza così l’estraneità alle generali politiche di sistema.

I media
Incardinati al binomio opinione-evento, i grandi media si allontanano dal rigoroso mandato di aderenza alla realtà e di una sua rappresentazione. E i media digitali personali rispondono sempre più alla tendenza dei singoli alla introflessione. La pratica diffusa del selfie è l’evidenza fenomenologica della concezione dei media come specchi introflessi piuttosto che strumenti con cui scoprire il mondo e relazionarsi con esso.

La politica sia arte di guida
Le sette giare andrebbero connesse tramite una crescita della politica come funzione di rispecchiamento e orientamento della società, come arte di guida e non coazione di comando, riprendendo la sua funzione di promotore dell’interesse collettivo, se si vuole evitare che la dinamica tutta interna alle sette giare porti a una perdita di energia collettiva, a una inerte accettazione dell’esistente, al consolidamento della deflazione che stiamo attraversando. Una deflazione economica, ma anche delle aspettative individuali e collettive, della mobilità verticale individuale e di gruppo, della rappresentanza degli interessi, della capacità di governo ordinario (malgrado la proliferazione decretizia di tipo verticistico).
E di fronte al problema del capitale inagito del Paese, il Presidente del Censis, Giuseppe De Rita, richiama le parole del frate francescano Bernardino da Feltre: «Moneta potest esse considerata vel rei vel, si movimentata est, capitale». È la prima volta che il termine «capitale» con logica di «moneta movimentata» entra nella cultura occidentale, qualche secolo prima di Marx e di Weber: se le risorse liquide non si movimentano, restano sterili, sono solo cose.
Il 48°Rapporto CENSIS è articolato nei seguenti capitoli

  1. La società italiana al 2014;
  2. Processi formativi;
  3. Lavoro, professionalità, rappresentanze;
  4. Il sistema di welfare;
  5. Territorio e reti;
  6. I soggetti economici dello sviluppo;
  7. Comunicazione e media;
  8. Governo pubblico;
  9. Sicurezza e cittadinanza.

Di seguito ci si vuole soffermare, con degli approfondimenti, solo su quei capitoli che si ritiene trattino gli argomenti di maggiore interesse per i lettori della Rivista.

Una società satura dal capitale inagito

Il capitolo 1 del 48° Rapporto CENSIS è dedicato ai desideri sospesi per famiglie e imprese: contante; soldi fermi sui conti correnti e ri-sommersione nel nero come strategie adattative di fronte all’incertezza. Investimenti ai minimi dal dopoguerra, ma crescono patrimonio e liquidità delle imprese che ce l’hanno fatta. In Italia sta vincendo il modello del «bado solo a me stesso»

L’attendismo cinico delle famiglie liquide Dopo la paura della crisi, tra gli italiani si va imponendo un approccio attendista alla vita. Si fa strada la convinzione che il picco negativo della crisi sia alle spalle: lo pensa il 47% degli italiani, il 12% in più rispetto all’anno scorso. Ma ora è l’incertezza a prevalere. Di conseguenza, la gestione dei soldi da parte delle famiglie è fatta di breve e brevissimo periodo. Tra il 2007 e il 2013 tutte le voci delle attività finanziarie delle famiglie sono diminuite, tranne i contanti e i depositi bancari, aumentati in termini reali del 4,9%, arrivando a costituire il 30,9% del totale (erano il 27,3% nel 2007). A giugno 2014 questa massa finanziaria liquida è cresciuta ancora, fino a 1.219 miliardi di euro. Prevale un cash di tutela, con il 45% delle famiglie che destina il proprio risparmio alla copertura di prevedibili possibili imprevisti (come la perdita del lavoro o la malattia, oppure altri simili) e il 36% che lo finalizza alla voglia di sentirsi con le spalle coperte.
La parola d’ordine è: tenere i soldi vicini per ogni evenienza, «pronto cassa».
La percezione di vulnerabilità porta il 60% degli italiani a ritenere che a chiunque possa capitare di finire in povertà, come fosse un virus che può contagiare chiunque. La gestione del contante è una strategia di risposta adattativa di fronte all’incertezza. Pensando al futuro, il 29% degli italiani prova ansia perché non ha una rete di protezione, il 29% è inquieto perché ha un retroterra fragile, il 24% dice di non avere le idee chiare perché tutto è molto incerto, e solo poco più del 17% dichiara di sentirsi abbastanza sicuro e con le spalle coperte.
Tra i giovani (18-34 anni) sale al 43% la quota di chi si sente inquieto e con un retroterra fragile, e scende ad appena il 12% la quota di chi si sente al sicuro. E il cash è anche carburante dell’informale, del nero, del sommerso, per creare reddito non tassato e abbattere i costi. L’attendismo cinico degli italiani si alimenta anche della convinzione che in fondo ci sono alcune invarianti nei processi sociali che con la crisi finiscono per patologizzarsi. Tra i fattori più importanti per riuscire nella vita, il 51% richiama una buona istruzione e il 43% il lavoro duro, ma per entrambe le variabili la percentuale italiana è inferiore alla media europea, pari rispettivamente al 63% per l’istruzione (82% in Germania) e al 46% per il lavoro sodo (74% nel Regno Unito).
In Italia risultano molto più alte le percentuali di chi è convinto che servono le conoscenze giuste (il 29% contro il 19% inglese) e il fatto di provenire da una famiglia benestante (il 20% contro il 5% francese). Il riferimento all’intelligenza come fattore determinante per l’ascesa sociale raccoglie il 7% delle risposte in Italia: il valore più basso in tutta l’Unione europea.

L’atonia del grande capitalismo (e la rivincita dell’economia di territorio).
Dal 2008 si è registrata una flessione degli investimenti di circa un quarto. Si sono ridotti gli investimenti in hardware (-28,8%), costruzioni (-26,9%), mezzi di trasporto (- 26,1%), macchinari e attrezzature (-22,9%). Se si prende a riferimento il 2007, si può dire che da allora fino al 2013 c’è stata una mancata spesa cumulata anno dopo anno per investimenti superiore a 333 miliardi di euro (più di quanto previsto dal piano Juncker).
L’incidenza degli investimenti fissi lordi sul Pil si è ridotta al 17,8%: il minimo dal dopoguerra (16,4% nel 1947, 17,3% nel 1948, poi 19,1% nel 1949). Ma a una così accentuata flessione delle spese produttive, determinata dalla recessione e dalle aspettative negative, non ha corrisposto un analogo peggioramento dei conti delle imprese che ce l’hanno fatta. Dal 2008 a oggi il margine operativo lordo delle imprese si è mantenuto elevato e a tratti crescente. Il patrimonio netto delle imprese è aumentato negli anni della crisi arrivando a pesare nel 2013 5,8 volte l’ammontare degli investimenti effettuati. Questa discrasia tra risorse disponibili e ciclo declinante delle spese produttive non ha precedenti e appare inutile cercarne le cause nel razionamento del credito, visto che è in calo la stessa domanda di provvista finanziaria, mentre cresce la liquidità delle imprese (circolante e depositi).
Le risorse liquide disponibili sono passate dai 238 miliardi di euro del 2008 ai 279 miliardi del 2013 (+17,3%). Se il grande capitalismo familiare italiano appare quasi sotto assedio, con molti marchi ceduti ad aziende straniere e fasi travagliate di ridefinizione della governance interna, resta una carta vincente per il Paese il microcapitalismo di territorio. Ancora nel primo semestre del 2014 le esportazioni degli oltre 100 distretti industriali (che contribuiscono per più di un quarto del valore aggiunto manifatturiero del Paese) sono cresciute del 4,2%, in termini tendenziali, a fronte di un incremento dell’1,2% dell’export manifatturiero complessivo.

La dissipazione del capitale umano che non si trasforma in energia lavorativa
L’Italia è un Paese dal capitale inagito soprattutto perché non riesce ancora a ottimizzare i propri talenti. Agli oltre 3 milioni di disoccupati si sommano quasi 1,8 milioni di inattivi perché scoraggiati. E ci sono 3 milioni di persone che, pur non cercando attivamente un impiego, sarebbero disponibili a lavorare. È un capitale umano non utilizzato di quasi 8 milioni di individui.
Più penalizzati sono i giovani. I 15-34enni costituiscono il 50,9% dei disoccupati totali. E i NEET (cioè i 15-29enni che non sono impegnati in percorsi di istruzione o formazione, non hanno un impiego né lo cercano) sono in continua crescita: da 1.832.000 nel 2007 a 2.435.000 nel 2013.
C’è poi il capitale umano sottoutilizzato, composto dagli occupati part-time involontari (2,5 milioni nel 2013, raddoppiati rispetto al 2007) e dagli occupati in Cassa integrazione, il cui numero di ore è passato nel periodo 2007-2013 da poco più di 184.000 a quasi 1,2 milioni, corrispondenti a 240.000 lavoratori sottoutilizzati.
E c’è anche il capitale umano sottoinquadrato, cioè persone che ricoprono posizioni lavorative per le quali sarebbe sufficiente un titolo di studio inferiore a quello posseduto: sono più di 4 milioni di lavoratori, il 19,5% degli occupati.
Il fenomeno dell’over-education riguarda anche i laureati in scienze economiche e statistiche (il 57,3%) e persino un ingegnere su tre.

Il patrimonio culturale che non produce valore
L’Italia è un Paese dal capitale inagito anche perché riesce solo in minima parte a mettere a valore il ricco patrimonio culturale di cui dispone.
Il numero di lavoratori nel settore della cultura (304.000, l’1,3% degli occupati totali) è meno della metà di quello di Regno Unito (755.000) e Germania (670.000), e di gran lunga inferiore rispetto a Francia (556.000) e Spagna (409.000). Nel 2013 il settore ha prodotto un valore aggiunto di 15,5 miliardi di euro (solo l’1,1% del totale del Paese) contro i 35 miliardi della Germania e i 27 della Francia. E mentre le principali economie europee hanno registrato dal 2007 un significativo sviluppo del settore, da noi la situazione è inversa: -1,6% tra il 2007 e il 2013 in termini di valore aggiunto (contro il +4,8% della Germania e il +9,2% della Francia) e +3,3% in termini occupazionali (contro il +10,9% della Germania e il +6,3% della Francia).

La solitudine dei soggetti: i dispositivi di introflessione di un popolo di singoli narcisisti e indistinti.
La estraneità dei soggetti alle dinamiche di sistema risalta nel rapporto con i media digitali personali. A fronte del 63,5% di italiani che utilizzano internet, gli utenti dei social network sono il 49% della popolazione e arrivano all’80% tra i più giovani di 14-29 anni.
Tra il 2009 e il 2014 gli utenti di Facebook 36-45enni sono aumentati del 153% e gli over 55 del 405%. Gli utenti italiani di Instagram sono circa 4 milioni.
Delle 4,7 ore al giorno trascorse mediamente sul web, 2 sono dedicate ai social network. E il numero di chi accede a internet tramite telefono cellulare in un giorno medio (7,4 milioni di persone) è ormai più alto di quanti accedono solo da pc (5,3 milioni) o da entrambi (7,2 milioni). La pratica diffusa del selfie è l’evidenza fenomenologica della concezione dei media come specchi introflessi in cui riflettersi narcisisticamente, piuttosto che strumenti attraverso i quali scoprire il mondo e relazionarsi con l’altro da sé. Non è contraddittorio quindi il dato che emerge da una rilevazione del CENSIS secondo la quale la solitudine è oggi una componente strutturale della vita delle persone: il 47% degli italiani dichiara di rimanere solo durante il giorno per una media quotidiana di solitudine pari a 5 ore e 10 minuti. È come se ogni italiano vivesse in media 78 giorni di isolamento in un anno, senza la presenza fisica di alcuna altra persona.

Il bypass dei corpi intermedi
Dall’autunno 2011 è partita una stagione di riforme che ha portato a 86 decreti approvati dal Consiglio dei ministri e presentati al Parlamento per la conversione in legge. Di questi, 72 sono stati convertiti in legge, 6 sono confluiti in altri provvedimenti e 3 sono in corso di conversione (a ottobre 2014). Per 72 decreti, in sede di conversione in legge sono state introdotte oltre 1.300 modifiche e il testo in vigore corrisponde a un volume di circa 1,2 milioni di parole, vale a dire 11,6 volte la Divina Commedia di Dante. La trappola della promessa che non si traduce in processi reali (amministrativi, economici, sociali), il ricorso alla decretazione, l’aggiramento da parte della politica dei corpi intermedi e il parlare direttamente ai cittadini non hanno però portato al decollo dello sviluppo e dell’occupazione.

Le scissioni territoriali e sociali che corrodono il ceto medio
Negli anni della crisi le disuguaglianze sociali si sono ampliate, il ceto medio si è indebolito, le opportunità di integrazione sono diminuite.
È grave lo slittamento verso il basso delle grandi città del Sud.
Il tasso di occupazione dei 25-34enni oscilla tra il 34,2% di Napoli e il 79,3% di Bologna, la quota di persone con titolo di studio universitario passa dall’11,1% di Catania al 20,9% di Milano, gli evasori del canone RAI sono il 58,9% a Napoli ma diminuiscono al 26,8% a Roma, a Bari solo 2,8 bambini di 0-2 anni ogni 100 sono presi in carico dai servizi comunali per l’infanzia contro i 36,7 di Bologna, a Palermo ci sono appena 3,4 mq per abitante di verde urbano rispetto ai 22,5 bolognesi, la percentuale di raccolta differenziata dei rifiuti si ferma al 10,6% nel capoluogo siciliano mentre arriva al 38,2% nel capoluogo lombardo.
Per un Paese come l’Italia, che ha fatto della coesione sociale un valore centrale e che si è spesso ritenuto indenne dai rischi connessi alle fratture sociali che si ritrovano nelle banlieue parigine o nei quartieri degradati della inner London, le problematicità ormai incancrenite di alcune zone urbane ad elevato degrado non possono essere ridotte a una semplice eccezione alla regola del «buon vivere».

L’adattamento interstiziale degli immigrati
Gli immigrati imprenditori continuano a mostrare segnali di vitalità.
Nei sette anni della crisi, le imprese con titolare extracomunitario sono aumentate del 31,4%, mentre quelle gestite da italiani sono diminuite del 10%.
Sono due i settori in cui gli stranieri stanno esercitando maggiormente la loro capacità di fare mixité di prossimità tra la propria cultura e la nostra: il commercio e l’artigianato. Le imprese di commercio al dettaglio gestite da stranieri sono complessivamente 125.965, rappresentano il 15% del totale e sono cresciute del 13,4% dal 2011 a oggi, mentre quelle italiane si riducevano del 2,4%. L’incremento più forte (+33,9%) riguarda i negozi di frutta e verdura, che a fine 2013 rappresentavano il 10% del totale. E nell’ambulantato gli stranieri sono passati dalle 73.959 imprese del 2011 alle 85.461 del 2013 (+15,6%) e rappresentano oggi il 46,8% del totale.
Nel 2013 le imprese artigiane straniere erano 175.039, il 12,4% del totale, con una crescita del 2,9% negli ultimi due anni, quando le imprese italiane sono calate del 4,5%. Nei lavori di costruzione e rifinitura degli edifici gli stranieri rappresentano ormai il 21,3% del totale delle imprese.

L’Italia fuori dall’Italia
Il rischio di stare ai margini dell’economia mondiale dei flussi Nel periodo precedente all’esplosione delle turbolenze finanziarie, i flussi in entrata di investimenti diretti esteri si erano attestati su un livello superiore ai 30 miliardi di euro all’anno. Dopo il modestissimo dato del 2012 (appena 72 milioni di euro), nel 2013 sono stati pari a 12,4 miliardi.
È diminuita la nostra capacità di attrarre capitali stranieri. Rispetto al 2007, l’anno prima dell’inizio della crisi, quegli investimenti che potrebbero rilanciare la crescita e favorire l’occupazione sono diminuiti di circa il 60%. Pesa un deficit reputazionale dovuto soprattutto allo svantaggio competitivo rappresentato dalle lungaggini delle procedure autorizzative per ottenere permessi e concessioni, e dalle lungaggini della giustizia civile quando si tratta di far valere un contratto commerciale.
L’Italia detiene solo l’1,6% dello stock mondiale di investimenti esteri, contro il 2,8% della Spagna, il 3,3% della Germania, il 4,2% della Francia, il 6,3% del Regno Unito. L’intensificazione degli scambi e dei flussi viaggia anche attraverso l’integrazione di internet. Ma su un totale di oltre 31.000 gigabyte per secondo che transitano su internet, solo il 2,5% è riconducibile al traffico di matrice italiana.

La separatezza dai poteri reali in Europa.
Gli italiani si fidano poco dei poteri europei. Il 33% ha fiducia nel Parlamento europeo (37% media UE), il 28% nella Commissione europea (32% media Ue), il 22% nella Banca Centrale Europea (31% media UE). Il 64% degli italiani percepisce l’Unione come burocratica, il 57% la considera lontana, solo il 33% pensa sia efficiente e il 29% (contro il 45% medio europeo) vede nell’Unione un fattore di protezione rispetto a condizioni di crisi e disagio.
E mentre il 42% degli europei pensa che la propria voce conti in Europa, la percentuale scende al 19% tra gli italiani.
L’Italia è un Paese che pesa per il 12% in termini di popolazione sul totale dell’Unione Europea a 28 Stati, ma nella mappa delle principali istituzioni europee gli italiani che oggi occupano posizioni di vertice sono 178 su 2.242 (l’8% del totale).
Su 700 lobby attive in ambito finanziario a Bruxelles, più di 140 sono riconducibili al Regno Unito, seguono Germania, Francia e Stati Uniti, mentre solo 30 organizzazioni sono italiane, a dimostrazione della nostra scarsa capacità di incidere nelle sedi strategiche di decisione.

L’Italian way of life: cosa piace dell’Italia all’estero L’interesse suscitato all’estero dall’Italia, sebbene non adeguatamente sfruttato, non conosce crisi. L’Italia è la quinta destinazione turistica al mondo, con 186,1 milioni di presenze turistiche straniere nel 2013 e 20,7 miliardi di euro spesi (+6,8% rispetto al 2012). L’export delle 4 A del «made in Italy» (alimentari, abbigliamento, arredo-casa e automazione) è aumentato del 30,1% in termini nominali tra il 2009 e il 2013.
Sempre più persone parlano la lingua italiana: circa 200 milioni nel mondo.
E crescono le reti di aziende italiane in franchising all’estero: 149 reti nel 2013 per un totale di 7.731 punti vendita (+5,3% rispetto al 2011).

Il soft power dell’enogastronomia nazionale che conquista le culture globali
Il successo di cibo e vini italiani nel mondo è uno degli indicatori più significativi del fortissimo appeal del nostro stile di vita. L’Italian food, inteso come rapporto con il territorio, autenticità, qualità, sostenibilità, è uno straordinario ambasciatore del nostro Paese nel mondo globalizzato. Il «made in Italy» agroalimentare è una delle componenti più dinamiche dell’export: 27,4 miliardi di euro nel 2013, con un aumento del 26,9% rispetto al 2007.
L’Italia è il Paese con il più alto numero di alimenti a denominazione o indicazione di origine (266), seguito a distanza da Francia (219) e Spagna (179). Così il nostro Paese sta riuscendo a conquistare, con logica da soft power, cuori, menti e portafogli dei cittadini a livello globale.

Lavoro, professionalità, rappresentanze

Il capitolo 3° del Rapporto CENSIS è dedicato all’universo delle problematiche etichettabili con i concetti: lavoro, professioni e rappresentanze.

Occupazione: la debolezza dell’emergenza continuativa
Tra i Paesi europei simili per grandezza demografica ci sono più somiglianze che differenze.
I disoccupati tra 15 e 24 anni sono 710.000 in Italia, 713.000 nel Regno Unito, 654.000 in Francia. Ai due estremi opposti si collocano la Spagna (837.000) e la Germania (332.000).
In Italia la quota di giovani sul totale dei disoccupati è pari al 22,7%, in Francia è del 21,5%, ma nel Regno Unito supera un terzo (35,8%). In Spagna, dove c’è carenza di lavoro, la quota dei giovani in cerca di occupazione è del 15% sul totale dei disoccupati; in Germania, dove c’è piena occupazione, la quota è pure del 15,8%.
Il Jobs Act dà centralità al lavoro a tempo indeterminato, confidando che possa incrementare le opportunità di occupazione. Ma considerando la quota dei contratti part time e a tempo determinato sul totale degli occupati nei Paesi europei si registra una certa correlazione fra la loro diffusione e più alti tassi di occupazione. Il nostro tasso di occupazione nel 2013 è stato del 59,8%, con una quota di part time pari al 17,9% e con contratti a termine che rappresentano il 13,2% del totale. Paesi con tassi di occupazione molto superiori al nostro, come la Germania (77,1%) o i Paesi Bassi (76,5%), hanno quote di contratti a tempo determinato superiori alla nostra.

Ripartire dal valore delle competenze per rimettere in moto il lavoro
Negli anni della crisi una quota rilevante di aziende ha avviato un vero e proprio processo di ristrutturazione. Da i dati provenienti da una apposita indagine del CENSIS, il 41,8% ha rimesso mano all’organizzazione aziendale apportando significativi cambiamenti, con la sostituzione di professionalità divenute ormai obsolete (40,3%), con assunzioni di nuove professionalità (41,8%) o riqualificando il personale esistente (26,9%).
Molte imprese hanno provveduto a ridisegnare l’organizzazione aziendale, con il reengineering dei processi lavorativi (38%), la riorganizzazione dei gruppi di lavoro (31,7%), la revisione dei turni e degli orari (26,5%), la ridefinizione del sistema di valutazione e dei meccanismi premiali (28%).

Giovani e lavoro: dalle tecnologie più opportunità
Nonostante la difficile situazione, si registra una voglia di darsi da fare tra i giovani italiani, molti dei quali aspirano a creare da sé un business.
Il 22% ha avviato una start up o intende seriamente farlo nei prossimi anni, un dato in linea con la media europea e superiore a quello tedesco (15%).
L’universo dei giovani intraprendenti sarebbe ancora più ampio se ci fosse un tessuto di imprese e istituzioni pronto a dare loro sostegno nell’avvio di una nuova attività. Il 38% sarebbe interessato ad avviare un proprio business, ma ritiene che sia troppo complicato, mentre in Europa tale quota scende al 22% e in Germania al 12%.

Over 50 tra lavoro, non lavoro e quasi lavoro
Il boom di occupati over 50 registrato dal 2011 a oggi (+19,1%), in concomitanza con il crollo osservato tra quanti hanno un’età inferiore (-11,5%), è anche un effetto dello spostamento in avanti dell’età del ritiro dal lavoro. Sul versante degli inattivi over 50 (oltre 17 milioni), la grande maggioranza (circa 14 milioni) non cerca lavoro e si dichiara indisponibile a lavorare. Ma ci sono anche quasi 700.000 over 50 che si configurano come forze lavoro potenziali, persone cioè che non cercano lavoro, ma sarebbero disponibili a lavorare a determinate condizioni. Rispetto al 2008, sono aumentati del 33,3% e tra questi la maggior parte è costituita da donne (oltre 400.000), che probabilmente a causa delle difficoltà economiche non rinunciano a cogliere eventuali chance occupazionali per integrare il reddito o fare fronte a spese improvvise e non preventivate.

Rappresentanze in crisi d’identità
Si affermano identità lavorative sempre più ibride, non collocabili in profili tradizionali come gli operai, gli impiegati, i professionisti, e così via. L’area di lavoro ibrido conta nel 2013 quasi 3,4 milioni di occupati (il 15,1% del totale) tra temporanei, intermittenti, collaboratori, finte partite IVA e prestatori d’opera occasionale. Tra gli occupati di 15-24 anni la quota di ibridi è addirittura maggioritaria, pari al 50,7%.
E si moltiplicano i tempi di non lavoro nell’ambito della vita delle persone: il 14% degli occupati si è trovato negli ultimi tre anni a interrompere il proprio percorso professionale, incorrendo in uscite temporanee o ripetute dall’attività lavorativa. Tale rischio è maggiore nelle fasce generazionali più giovani, tra 16 e 34 anni, dove si arriva al 20,5%.
Il lavoro, che un tempo rappresentava una dimensione cristallizzata nella vita delle persone, ha finito per diventare una sommatoria di esperienze, spesso intermittenti e sempre meno capaci di costruire percorsi di identificazione professionale.
Se i soggetti di rappresentanza appaiono sempre più svuotati di ruolo è anche perché stanno vivendo al proprio interno una crisi profonda che nasce dall’incapacità di ricondurre a un unico modello di riferimento dimensioni sociali sempre più complesse e poliedriche.

I soggetti economici dello sviluppo

Il capitolo 6° del 48° Rapporto CENSIS è dedicato al mondo delle imprese e della produzione di beni e servizi.
Il nuovo respiro del manifatturiero italiano
Tra il 2008 (con la prima ondata di crisi) e la fine del 2014 l’Italia ha perso più di 47.000 imprese manifatturiere, con una flessione vicina all’8%.
La flessione non accenna a diminuire, dato che solo nell’ultimo anno la riduzione nel comparto è stata dell’1,1%, con una fuoriuscita di oltre 5.700 imprese.
I comparti in maggiore sofferenza sono quelli dei prodotti in legno, dei mobili, della produzione di PC e di prodotti elettronici, il tessile, i prodotti farmaceutici, la produzione di macchinari, le apparecchiature elettriche e i prodotti in metallo. In questi comparti la flessione del numero di imprese, tra il 2008 e il terzo trimestre del 2014, è stata superiore al 10%.
La riduzione del numero di imprese manifatturiere si è accompagnata a una drastica riduzione del valore aggiunto, in caduta libera del 17% tra il 2008 e il 2013.
L’Italia ha però rivelato performance eccellenti sui mercati esteri. Ad eccezione del 2009, il livello delle esportazioni ha continuato a crescere e continua l’ascesa dei valori medi unitari all’export dei principali prodotti manifatturieri.
Le esportazioni di prodotti hi-tech crescono di oltre il 6% tra il 2012 e il 2013, e del 35% rispetto al 2008. I distretti produttivi hanno registrato un incremento delle esportazioni pari al 4,2% in termini tendenziali nel primo semestre 2014, proseguendo dal 2009 una crescita ininterrotta attestatasi sempre su livelli più elevati di quelli del resto del sistema manifatturiero. Nella prima parte del 2014 si sono registrati i valori delle esportazioni distrettuali più elevati di sempre, pari a più di 42 miliardi di euro.

Qualità per competere: percorsi e strumenti per il sistema produttivo

Tra il 2007 e il 2013 la quota italiana sul commercio mondiale è passata dal 3,6% al 2,8%. Ma dopo l’inevitabile flessione registrata nel 2009 l’Italia è tornata a crescere sul fronte delle esportazioni; si posiziona all’11° posto tra i principali esportatori a livello mondiale e al 4° posto tra i Paesi Ue. A molti prodotti italiani vengono riconosciute caratteristiche distintive: artigianalità, design, originalità, funzionalità, contenuto tecnologico attraente, rispondenza alle aspettative del mercato, carattere innovativo, precisione nelle modalità di lavorazione, modalità di vendita e strategie di marketing innovative.
I prodotti italiani sono riconosciuti cioè come prodotti di qualità.

Impresa e territorio: scenari in transizione
Tra il 2009 e la prima metà del 2014 il numero delle imprese attive risulta in forte diminuzione, con una flessione del 2,4%, che diviene -7% tra le imprese manifatturiere, – 12% in agricoltura, -7,1% nei trasporti e – 5,7% nel comparto delle costruzioni.
La radiografia territoriale del CENSIS evidenzia che:

  • nei territori in cui si è maggiormente investito in conoscenza e innovazione la crisi ha avuto effetti più attutiti che altrove;
  • nei territori in cui la presenza di reti manifatturiere è più fitta è più evidente la diffusione di nuove competenze innovative utili ad affrontare la crisi;
  • nei territori in cui si attua una commistione tra industria e servizi avanzati le possibilità di uscita dalla crisi e di crescere sono più consistenti rispetto agli ambiti territoriali che puntano sulla manifattura tradizionale.

White economy: opportunità per il sistema-Paese
La white economy, ovvero l’insieme di servizi, prodotti e professionalità dedicate alla salute e al benessere delle persone, può essere un’opportunità di crescita per il Paese. Il sistema che attualmente in Italia offre servizi di cura, strumenti diagnostici, farmaci, ricerca in campo medico e farmacologico, tecnologie biomedicali e servizi di assistenza a malati, disabili o ad altre tipologie di soggetti genera un valore della produzione superiore a 186 miliardi di euro annui, il 6% della produzione totale, con un’occupazione superiore a 2,7 milioni di unità.
La white economy rappresenta tutto ciò che afferisce, in primo luogo, all’offerta di cure mediche e alla diagnostica, oltre all’assistenza professionale, domiciliare o in apposite strutture per persone disabili, malate, anziane. Questo nucleo centrale di attività si avvale del lavoro di un numero consistente di addetti. Nel settore delle prestazioni sanitarie operano 1,2 milioni di occupati (personale medico, paramedico, e a quello amministrativo e a altri profili professionali). Nel perimetro della white economy ricade poi l’industria farmaceutica, che conta 174 fabbriche e più di 6.000 addetti e che in Italia è uno dei comparti industriali con la più elevata spesa di R&S per addetto.
Nel cluster produttivo rientra, inoltre, l’industria delle apparecchiature biomedicali e per la diagnostica, che conta poco più di 800 imprese, tra produttori e contoterzisti, e poco più di 1.000 imprese di distribuzione, più di 52.000 addetti e una consistente capacità di esportazione, cresciuta in modo significativo soprattutto tra i primi anni 2000 e il 2008, passando da meno di 3 miliardi di euro di vendite all’estero nel 2000 agli attuali 7 miliardi. Nel cluster va considerato anche il vasto segmento dell’assistenza personale, delle badanti e dell’accompagnamento, che si stima generi più di 9 miliardi di euro di valore della produzione e che appare in forte espansione.

Vivere a consumo zero: le famiglie e la crisi
Nel 2013, per il secondo anno consecutivo, le spese complessive degli italiani si sono attestate su livelli inferiori a quelli dei primi anni 2000. Anche nell’anno in corso i consumi hanno registrato sia nel primo che nel secondo trimestre una variazione negativa in termini tendenziali (-3,6% e -2,9%).
Le stime più ottimistiche indicano una variazione di +0,2% a fine 2014. Dal 2010 a oggi, tutte le voci hanno registrato una contrazione, ad eccezione di quelle per la telefonia e le comunicazioni. Negli ultimi sei mesi del 2014, il 62% delle famiglie ha indicato di avere ridotto pranzi o cene fuori casa, il 58% cerca di effettuare piccoli risparmi sulle spese per cinema e svago, il 47% ha cercato di ridurre gli spostamenti con i mezzi propri per cercare di risparmiare sulla benzina e quasi il 44% ha modificato i propri comportamenti alimentari al fine di ridurre gli sprechi, spendere meglio e risparmiare.
Se oggi le famiglie italiane disponessero di redditi o di risorse liquide più elevate di quelle che hanno, nel 77% dei casi le metterebbero da parte e l’effetto sulla propensione al consumo sarebbe nullo. Viceversa, il 20% utilizzerebbe le maggiori disponibilità in denaro per effettuare spese consistenti o comunque oltre una certa soglia (ad esempio, per la ristrutturazione di un immobile o per l’acquisto di un’autovettura) e il restante 3% le utilizzerebbe per spese essenziali. Cambiano anche le modalità di consumo con il ricorso diffuso a nuovi strumenti di spesa come l’e-commerce.
Il CENSIS stima che negli ultimi sei mesi oltre 7 milioni di famiglie hanno effettuato almeno un acquisto online: il 12% ha effettuato un solo acquisto, mentre il 17% ha effettuato due o più acquisti. Le voci di spesa più frequenti nel ricorso all’e-commerce sono i cd e i libri, seguiti dai device elettronici (tablet, PC, apparecchi fotografici), abbigliamento e accessori, vacanza.

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