La gestione forestale e la sua antica sostenibilità

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Il rapporto che nei secoli ha legato l’uomo alle risorse naturali, ha incontrato negli ultimi secoli la crisi più profonda. Numerosi e interessanti sono però gli esempi di gestione forestale sostenibile realizzati per secoli sulle montagne della nostra penisola. Esempi che hanno non solo definito e modellato il paesaggio che oggi conosciamo ma che hanno costruito cultura, garantito benessere per le popolazioni locali e tutelato il patrimonio naturale, quale elemento e risorsa indispensabile alla vita e quindi anche alla sopravvivenza della specie umana.
Il patrimonio forestale italiano e il settore economico a esso collegato, presentano ancora oggi importanti potenzialità produttive, occupazionali e di sviluppo per le aree montane e rurali.
Inoltre, i “Servigi senza prezzo o esternalità positive”, che definiscono la multifunzionalità del patrimonio forestale (servizi ricreativi, sociali, culturali e ambientali), sono sempre più riconosciuti e richiesti dalla società moderna.

Nel corso della storia il rapporto fra uomo e foreste è stato, ed è tuttora complesso, problematico e a volte paradossale, ma ininterrotto e mutualmente necessario.
Per secoli i boschi Italiani hanno rappresentato una fondamentale risorsa economica non solo per le aree rurali e montane ma anche per lo sviluppo socio-economico del nostro Paese. È solo da poco più di 200 anni che il legno non rappresenta più il principale strumento energetico e strutturale dell’economia.
L’attuale paesaggio forestale italiano è il risultato di profonde trasformazioni territoriali e socio-economiche avvenute nei secoli, al fine di ottenere principalmente superfici utilizzabili come aree agricole e/o urbanizzate, legno per l’edilizia, la navigazione, le guerre ….
Le attività selvicolturali, hanno fortemente modellato e modificato la struttura, la composizione, la complessità e la diversità degli ecosistemi forestali, proponendo oggi, anche, nuovi e stabili equilibri ecologici.
Le formazioni forestali italiane possono essere oggi ricondotte, secondo la direttiva Habitat, alla regione biogeografia alpina (32%), a quella continentale (16%) e a quella mediterranea (circa il 52%).
Analizzando i risultati disponibili dell’Inventario nazionale [INFC 2005], la superficie forestale italiana è stimata in 10.673.589 ettari, pari al 34,7% del territorio nazionale.
Negli ultimi sessanta anni si stima che la superficie forestale nazionale si sia triplicata, a discapito di aree agricole e pascolive abbandonate nelle quali si registra una lenta e progressiva espansione naturale del bosco (la Superficie Agricola Totale – SAT è diminuita negli ultimi 20 anni del 24%).
In particolare, l’abbandono da parte della popolazione delle aree rurali e montane e delle tradizionali pratiche agrosilvopastorali, che ha caratterizzato la seconda metà del secolo scorso, è probabilmente alla base della situazione critica che vive oggi il patrimonio forestale e l’intero settore nazionale.
La ridotta gestione attiva del territorio e la conseguente impossibilità di garantire il mantenimento dei caratteri strutturali e funzionali del patrimonio boschivo, hanno condizionato, non solo l’assetto idrogeologico e la stabilità del territorio, ma anche a cascata i diversi settori dell’intera filiera foresta legno e lo sviluppo socio economico di molte realtà territoriali locali.
Inoltre, l’elevata frammentazione che caratterizza molte aree del Paese, le ridotte dimensioni medie delle proprietà forestali e la loro scarsa accessibilità, rappresentano sicuramente i più conosciuti limiti per garantire una continuità nella gestione e il principale problema per la crescita del settore forestale italiano. Tali fenomeni incidono, infatti, fortemente sui costi della gestione e delle utilizzazioni, riducendo l’interesse economico da parte dei singoli proprietari e incrementando così l’abbandono gestionale di molti boschi.
Il fenomeno della frammentazione è oggi particolarmente evidente su quelle proprietà che attualmente sono sostanzialmente da considerare “polverizzate” in quanto – ancorché non ulteriormente divise a Catasto – appartengono a molteplici eredi che spesso non conoscono il proprio bene né tantomeno le relative problematicità gestionali ed, a volte, sono ormai irreperibili.
Nonostante l’aumento negli anni della superficie forestale non si è assistito a un parallelo incremento degli investimenti di gestione e utilizzazione boschive sul territorio, anche se il sistema economico paese può vantare una fiorente industria legata ai prodotti legnosi (primo esportatore europeo, terzo del modo).
La capacità produttiva complessiva dei boschi italiani, vale a dire la quantità di legname che sarebbe (in teoria) possibile utilizzare ogni anno senza intaccare il patrimonio, è molto elevata e pari a 37,2 milioni di metri cubi. Se a questo volume di piante in piedi si tolgono le perdite dovute a cause naturali (circa 4,7 milioni di metri cubi), rimangono approssimativamente 32,5 milioni di metri cubi di legname potenzialmente utilizzabili ogni anno. Chiaramente solo una parte di questa biomassa forestale è in pratica disponibile per il taglio e la vendita, trattandosi, in molti casi, di boschi scarsamente accessibili, privi di strade forestali, dove il costo del taglio del bosco probabilmente, con le attuali tecniche e con l’attuale prezzo di mercato del legname, supererebbe i ricavi delle vendite.
Questo fatto, però, giustifica solo in parte il basso livello delle utilizzazioni forestali: attualmente dei 32,5 milioni di metri cubi disponibili all’anno solo 6,3 [dato Eurostat 2012]vengono effettivamente utilizzati.
L’utilizzazione delle risorse forestali in Italia si assesta, ufficialmente su una media del 30% dell’incremento annuo. Tale valore rimane molto inferiore alla media europea del 60%, registrando inoltre, un’industria italiana di lavorazione del legno che importa oltre 80% delle materie prime dall’estero, da aree del mondo in cui i tagli avvengono spesso in modo indiscriminato e senza nessuna tutela sociale e ambientale per le popolazioni e i luoghi.
Si assiste anche a un progressivo intensificarsi dei fenomeni di dissesto e instabilità dei versanti (su 712.000 frane censite in Europa nel 2012, 486.000 ricadono nel territorio italiano e di cui oltre l’80% è localizzato nei territori montani), accompagnato da frequenti quanto repentini cambiamenti delle condizioni climatiche, con gravi problemi di sicurezza, incolumità pubblica e di tutela e mantenimento degli equilibri ecologici.
In questa situazione, cui si aggiunge un crescente interesse nella produzione e consumo di biomasse forestali per uso energetico e un aumento degli interventi di utilizzazione privati, è quindi di fondamentale importanza contrastare da una parte l’abbandono e la non gestione, dall’altro i crescenti tagli abusivi e le irregolarità amministrative, sviluppando forme di pianificazione e gestione che garantiscano un utilizzo sostenibile e un miglioramento qualitativo delle risorse esistenti, valorizzando il settore forestale sia dal punto di vista strettamente economico sia, soprattutto, da quello della tutela dell’ambiente e del paesaggio.
Il patrimonio forestale italiano e il settore economico a esso collegato, presentano importanti potenzialità produttive, occupazionali e di sviluppo per le aree montane e rurali, senza trascurare i benefici ambientali che una gestione attiva garantisce a tutta la società. Concetto ribadito anche dalla Strategia Forestale Europea del 2013 [COM (2013) 659 final del 20.9.2013].
Inoltre, i “Servigi senza prezzo o esternalità positive”, che definiscono la multifunzionalità del patrimonio forestale (servizi ricreativi, sociali, culturali e ambientali), sono sempre più riconosciuti e richiesti dalla società moderna. I prodotti forestali e le attività connesse agiscono positivamente sullo sviluppo d’importanti settori economici (costruzioni, pannelli, industria cartaria, riciclo, energia, commercio, agricoltura). In questo contesto assume particolare importanza la trasparenza nel mercato, nazionale e internazionale, dei prodotti forestali, la cui assenza si ripercuote nella filiera nazionale del legno e derivati.
In questo scenario, negli ultimi decenni, il sistema forestale nazionale ha dovuto affrontare rapidi mutamenti strutturali ed economici per la molteplicità di beni e interessi da tutelare con un ampliamento del numero e della natura dei portatori di interesse, originando funzioni di domanda con determinanti diverse. Sono variati i quadri di riferimento, gli scenari si sono fatti globali e i beni e servizi pubblici hanno acquistato maggior peso nella composizione della domanda di prodotti forestali originando conflitti non facilmente risolvibili.
Il patrimonio forestale nazionale rappresenta un bene economico-sociale di elevato interesse pubblico in grado di fornire non solo beni destinati alla produzione ma anche differenti beni e servizi di interesse pubblico. Esso è parte costituente delle risorse ambientali e naturali del Paese ma anche del suo patrimonio storico-culturale, identitario ed economico. Su di esso insistono, quindi, due beni giuridici:
•un bene giuridico paesaggistico e ambientale in riferimento alla multifunzionalità ambientale del bosco e che esprime un interesse pubblico di valore costituzionale primario e assoluto, e
•un bene giuridico patrimoniale, in riferimento alla sua funzione economico produttiva [sentenza Corte Costituzionale n.105 del 2008].
La sua rilevanza nel conseguimento di diversi interessi pubblici e privati, e la complessa struttura della nozione ambientale hanno comportato, nell’evoluzione della disciplina giuridica nazionale, una controversa articolazione della normativa per la sua tutela, conservazione e valorizzazione.
L’attuale base normativa risulta oggi inadeguata rispetto alle nuove normative comunitarie e alle sempre più crescenti necessità economiche ed esigenze sociali, oltre che insufficiente a garantire un’efficace e diffusa attuazione sul territorio nazionale delle azioni necessarie all’adempimento degli indirizzi e delle linee d’intervento europee e degli impegni internazionali in materia ambientale, energetica e climatica assunti dal nostro Paese.
In particolare, l’attuale legislazione in materia forestale risulta strettamente legata alle normative vincolistiche di tutela e salvaguardia di altri interessi strettamente pubblici (ambiente, cultura e paesaggio, difesa del suolo, e così via) tendendo, a differenza del resto d’Europa, a limitare le attività di gestione e utilizzazione del patrimonio forestale, pubblico e privato, quali strumenti imprescindibili per garantire la tutela, intesa come conservazione e valorizzazione, del bene pubblico bosco e la produttività.
Per il contesto storico ed ecologico del territorio nazionale l’offerta di servizi pubblici ambientali, un tempo una sorta di spillo verde conseguenti a una attiva gestione delle foreste per la produzione di beni commerciali, è attualmente minacciata proprio dalla mancanza di gestione dei beni fondiari, in primis le foreste.
I conseguenti fenomeni in atto dovuti al progressivo processo di abbandono gestionale sono principalmente riconducibili a:
•degrado ambientale e perdita di caratteristiche uniche degli ecosistemi e del caratteristico paesaggio agrosilvopastorale italiano;
•riduzione della superficie agricola e pascoliva utilizzabile e/o storicamente utilizzata, e aumento di neo formazioni forestali non gestite;
•diminuzione della funzionalità e stabilità degli ecosistemi forestali e loro maggiore vulnerabilità agli eventi meteorologici avversi, agli attacchi parassitari e soprattutto agli incendi. In particolare, fuoco, invecchiamento delle formazioni in aree a forte pendenza, abbandono delle sistemazioni idrauliche tradizionali e dei terrazzamenti sono alcuni dei fattori causa o innescano dell’instabilità dei versanti;
•progressivo aumento nell’approvvigionamento dall’estero di legna da ardere, biomasse per uso energetico e legname da opera, con provenienza spesso da aree in cui non vengono rispettati criteri di gestione sostenibile;
•diffusione sul territorio nazionale del lavoro irregolare e dei tagli abusivi, e dei relativi problemi di sicurezza del lavoro in bosco;
•perdita di conoscenze, culture, arti e mestieri legati alla gestione del bosco e alla lavorazione del legno;
•diminuzione del ruolo di presidio, manutenzione e tutela del territorio garantito dalle attività imprenditoriali agrosilvopastorali.
Come evidenziato dalla letteratura scientifica internazionale e riconosciuto dalle linee di indirizzo paneuropee e comunitarie, il bene bosco in un contesto storicamente antropizzato può trovare nella attiva e sostenibile gestione (in contrapposizione all’abbandono delle attività colturali), uno degli strumenti fondamentali per la sua effettiva tutela e valorizzazione nel medio lungo periodo, nell’interesse dell’individuo e della collettività, garantendo la sicurezza e il presidio del territorio, la salvaguardia del paesaggio e della biodiversità, il contrasto dei fenomeni di abbandono e di declino demografico, il sostegno e il rilancio dei processi di sviluppo socio economico locale e del sistema-Paese.
In Italia vi sono numerosi e interessanti esempi di gestione forestale sostenibile, realizzati per secoli sulle montagne della nostra penisola e che hanno non solo definito e modellato il paesaggio che oggi conosciamo ma hanno costruito cultura, garantito benessere per le popolazioni locali e tutelato il patrimonio naturale quale elemento e risorsa indispensabile alla vita e quindi alla sopravvivenza anche della specie umana.
Uno fra i più interessanti è sicuramente il sistema produttivo agrosilvopastorale istituito e gestito per oltre otto secoli dai monaci Benedettini della Congregazione Camaldolese.
Questo rappresenta un esempio tangibile di gestione multifunzionale, flessibile e durevole delle risorse ambientali, e di sviluppo socio-economico per molte comunità locali dell’Appennino. Qui l’ambiente e le risorse forestali, sono stati profondamente trasformati dalla prolungata azione dell’uomo, diventando il prodotto di un processo storico e culturale, di interazione tra fattori sociali, economici e naturali.
Nel rispetto di regole e tradizioni colturali codificate nel tempo in un vero e proprio “Codice forestale”, costituito da una serie complessa di norme e disposizioni, si è espressa una profonda sintonia tra ricerca spirituale e cura della foresta con cui i monaci hanno gestito e tutelato per secoli le loro foreste. Tra quelle pagine di storia del territorio ritroviamo le tracce dei moderni concetti di “sostenibilità dello sviluppo” e in particolare di “sfruttamento sostenibile delle risorse naturali”.
Oggi vi è la necessità di riscoprire e mettere in pratica un giusto equilibrio tra sviluppo economico e salvaguardia dell’ambiente. Un equilibrio che si deve fondare su un rispettoso e reciproco rapporto fra uomo e ambiente, attraverso il quale, con l’uomo e per mezzo dell’uomo, si concretizzi il precario equilibrio tra aspetti ambientali, produttivi e sociali.

RAOUL MARIA ROMANO

Ricercatore presso il Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’economia agraria CREA. Centro di Ricerca Politiche e Bioeconomia. Council for Agricoltural Research and Economics-Policies and Bioeconomy Research Centre. Via Po, n. 14 - 00189 Roma
raoul.romano@crea.gov.it
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