Il modello sociale europeo

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Nel Trattato di Lisbona del 2007 – entrato in vigore nel 2009 -, vale a dire nel documento firmato da tutti gli stati membri che è attualmente a fondamento dell’Unione Europea, si afferma solennemente che la comunità dovrà operare secondo i principi della solidarietà, sussidiarietà, coesione economica, sociale, territoriale per promuovere uno sviluppo sostenibile basato … su una economia sociale di mercato altamente competitiva che mira alla piena occupazione e al progresso sociale [art. 3-5].
Lo strumento principale per il raggiungimento di questo obbiettivo è la organizzazione di un mercato unico [articolo 3]. L’approccio metodologico, di alto valore politico, privilegia, vertice sociale tripartito, riconoscimento degli accordi tra le parti).
Il richiamo all’economia sociale di mercato, come elemento che distingue il detto subi per chiarezza, che con tale espressione, “modello sociale”, siamo di fronte ad un sistema complesso, teorico e pratico, di valori – progetti – politiche – prassi -strutture organizzate che hanno accomunato in passato, ed accomunano ancor oggi, tutti gli Stati europei pur nella diversità dei paradigmi nazionali.
Per questa comunanza reale, il modello sociale europeo non è solo un’idea progettuale, una costruzione intellettuale, un riferimento simbolico. Esso è, invece, un elemento concreto, essenziale, costitutivo dell’identità europea, della sua democrazia, del suo modo di promuovere lo sviluppo economico, il progresso civile, umano e culturale; un elemento non statico ma dinamico, perché legato ai mutamenti dei processi democratici, sociali, economici, ambientali del continente.
Il modello sociale europeo riguarda, certo, le politiche sociali e l’organizzazione del sistema di welfare; ma per i significati sempre più ampi che la stessa Unione Europea ha finito per riconoscergli – essenziale il contributo dell’ex-presidente della Commissione, Jacques Delors – riguarda l’intero processo di sviluppo. In sostanza, con il modello sociale europeo siamo di fronte ad un vero e proprio modello di sviluppo, incardinato su precisi principi: l’efficienza nell’impiego delle risorse umane e materiali di cui una società dispone, la sostenibilità economica, sociale e ambientale dello sviluppo, la responsabilizzazione e partecipazione di tutti gli attori della crescita alle scelte fondamentali.
In quanto modello economico-culturale-politico, esso esprime quindi la visione di uno sviluppo equilibrato, solidale, democratico.
Per questa sua natura, sul piano teorico, il modello sociale europeo chiama in causa, ad esempio, la teoria della democrazia pluralista (sul ruolo e l’autonomia degli enti intermedi tra lo stato ed il cittadino, come le organizzazioni della società civile), la teoria della eguaglianza relativa (con riferimento ai criteri interpretativi dei principi egualitari), la teoria della distribuzione del reddito (relativa alla complementarietà tra produzione e distribuzione della ricchezza), la teoria della sostenibilità dello sviluppo (con riferimento alle condizioni di equilibrio e di coesione nell’evoluzione dei sistemi), la teoria della centralità della precarietà sociale (connessa alla questione della centralità ed al significato del lavoro nella società contemporanea), la teoria della qualità sociale dello sviluppo (significato vero della socialità, rapporto tra solidarismo e individualismo, modelli di vita e di consumo dei beni materiali e immateriali).

Tabella 1: Spese per la protezione sociale al 2011

Tabella 1: Spese per la protezione sociale al 2011

Sul piano pratico il modello sociale europeo promuove iniziative che riguardano, certo,le tutele e le assistenze sociali, ma che in termini più ampi riguardano il sistema dei diritti di un cittadino e della sua famiglia ad una crescita dignitosa, di un lavoratore a partecipare alle scelte aziendali; interpreta le politiche sociali come politiche produttive promuovendo la ricerca di un equilibrio tra produzione e distribuzione della ricchezza per rispondere in tal modo alla duplice esigenza della efficienza economica e dell’etica solidaristica, persegue la sostenibilità dello sviluppo sulla base di una scelta di razionalità finalizzata ad evitare che un sistema arrivi a dei punti di rottura negli equilibri dell’assetto di una comunità (per squilibri, disuguaglianze, emarginazioni, esclusioni) ovvero nel rapporto tra le attività umane e l’ambiente naturale in cui si svolgono. .
Alla luce delle vicende degli ultimi anni, è certamente lecito domandarsi quanto la grave crisi economico-finanziaria e il modo con il quale è stata gestita, come, d’altro canto, i profondi cambiamenti strutturali che hanno modificato radicalmente le condizioni dello sviluppo e del progresso umano, quanto tutto ciò abbia inciso sul modello sociale europeo, abbia indotto l’Unione e gli stati membri ad allontanarsi dal rispetto della coerenza con i suoi valori ed i suoi progetti. E’ certamente un problema politico di grande rilevanza ed attualità, che si collega intimamente ad un preciso stato di crisi dell’Unione segnato da un progressivo calo di fiducia e di distacco dei cittadini dalle sue istituzioni ed iniziative.
Da rilevare, a tale riguardo, che solo una opinione minoritaria si è attestata in questi anni su una posizione di difesa ad oltranza delle acquisizioni storiche del modello sociale europeo, quasi fosse da considerare un sistema rigido immodificabile, mentre l’opinione di gran lunga prevalente ha sempre sostenuto che esso avrebbe dovuto essere progressivamente trasformato ed adeguato alle mutate condizioni dello sviluppo; certo senza svuotare di significato il suo grande patrimonio di principi e il valore delle sue prassi consolidate.
Il dato reale della incoerenza e della contraddizione che è emerso con chiarezza in relazione alle implicazioni dell’economia sociale di mercato e del suo modello di riferimento, appunto il modello sociale europeo, sta in un elemento ben preciso, cioè nella divaricazione tra il livello di spesa per la protezione sociale e le condizioni reali di coesione del sistema comunitario. Da un lato, è un dato di fatto che tutti gli stati membri hanno mantenuto in questi anni difficili un elevato impegno di spesa nella protezione sociale, anzi, che negli ultimi anni questo impegno è anche notevolmente aumentato: secondo il Rapporto Eurostat 2015, la spesa media UE è risultata nel 2011 pari al 29,5% del PIL complessivo comunitario, con un aumento del 2,8% rispetto al 2008; ma dall’altro, sta il fatto che mai come in questi anni il sistema europeo ha registrato un così elevato aumento dei livelli di disoccupazione, disuguaglianza economica, esclusione e precarietà sociale, caduta della coesione economica, sociale, territoriale.
L’Europa del 2015 è, obiettivamente, un sistema caratterizzato da grandi e crescenti divisioni della natura più diversa.
Questa situazione ci porta al punto centrale del problema, già accennato sopra: che il modello sociale europeo, per come emerge dai trattati e come è stato interpretato e vissuto dai protagonisti, non è riferibile solo ad un sistema di spesa sociale la quale è comunque una sua componente essenziale (secondo una interpretazione riduttiva anche diffusa), ma, invece, ad un preciso modello di sviluppo; ed è proprio questo modello che è entrato in crisi con tutte le conseguenze sulla credibilità politica dell’Unione, delle sue istituzioni e politiche.

Tabella 2: Spese per tipo di prestazione in % del totale della spesa sociale

Tabella 2: Spese per tipo di prestazione in % del totale della spesa sociale

Riguardo allo specifico delle politiche sociali e del lavoro, è noto che l’Unione europea non ha una competenza primaria, la quale è stata mantenuta dagli stati membri. Tuttavia può operare su aspetti essenziali come, ad esempio, la garanzia del ruolo fondamentale che il dialogo tra le parti sociali deve svolgere nella definizione delle scelte dello sviluppo, la elaborazione di modelli, condizioni, indicatori precisi per il rafforzamento degli equilibri di sistema, tali da supportare realmente il processo di integrazione tra gli stati membri in questo ambito. Quel livello di spesa sociale sopra indicato (pari al 29,5 % del PIL europeo) è ancor oggi una media tra un massimo ed un minimo di spesa, tra stati che sviluppano un impegno di spesa assai elevato (ad esempio Francia, Olanda, Danimarca sono oltre il 34%; Italia, Austria, Belgio sono circa al 30%) e stati nei quali questo impegno è ancora molto basso (molti stati, di recente accesso nella UE, soprattutto nell’est europeo e nell’area baltica sono ad un livello del 20%).
Ma questa divaricazione è altrettanto forte riguardo alle principali voci di spesa, come assistenza sanitaria, pensioni, protezione della famiglia, sostegni alla disoccupazione, incentivi all’inserimento nel mercato, edilizia sociale, e così via. In sostanza, gli stati membri hanno continuato e continuano tuttora ad operare secondo indirizzi e paradigmi nazionali, con una divaricazione crescente che è risultata negativa per la coesione dell’intero sistema europeo.
Un sistema nel quale le misure di emergenza di fronte alla crisi economica e finanziaria ed i programmi di ricostruzione dopo il superamento della stessa hanno portato a privilegiare sia una interpretazione riduttiva delle dinamiche dello sviluppo (le politiche di austerità), sia un ambito di interventi molto ristretti (da qui la critica diffusa dell’Europa ostaggio delle banche e dei gruppi finanziari); e mentre da un lato si compiono avanzamenti notevoli per la costruzione di un mercato unico che garantisca la piena mobilità delle merci e dei capitali, si è ben lontani, ad esempio, dal costruire un mercato europeo unico del lavoro, che crei le condizioni per la migliore mobilità e occupabilità delle persone (dalle qualifiche professionali al riconoscimento dei titoli di studio l’Europa continua a registrare divergenze enormi).
Il recupero di una piena coerenza con i principi e le prescrizioni del trattato in materia di economia sociale di mercato è dunque, allo stato attuale, il vero nodo politico fondamentale che è di fronte all’Unione ed agli stati membri. E’ certo che il modello sociale europeo deve misurarsi con le sfide dei processi di globalizzazione e delle nuove condizioni dello sviluppo e che i principali attori della crescita devono mostrare di essere all’altezza di tali sfide, promuovendo i necessari processi di aggiustamento. Ma è altrettanto certo che le politiche finalizzate, più o meno consapevolmente, ad indebolire tale modello di riferimento finiscono per incidere sulla stessa natura e identità dell’Unione, aprendo a scenari di involuzione e di pericoloso arretramento storico.

Marco RICCERI

Segretario generale Istituto di Ricerca EURISPES di Roma
eurispes.intl-dept@libero.it
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