IL 26° rapporto Italia 2014 di Eurispes

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È stato presentato a fine gennaio presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma il 26° RAPPORTO ITALIA 2014 realizzato dall’Istituto EURISPES per offrire una lettura della situazione economica, politica e sociale del Paese e per segnalare cambiamenti e nuovi fenomeni. Da sempre costituisce un apprezzato “punto di riferimento” per studiosi, Istituzioni, osservatori internazionali e per il sistema dell’informazione. è un appuntamento istituzionale che annualmente si ripete a partire dal 1989.
Il RAPPORTO ITALIA, per scelta metodologica, viene costruito ogni anno attorno a sei dicotomie, illustrate per mezzo di altrettanti saggi accompagnati da sessanta schede fenomenologiche. Attraverso una lettura duale della realtà, vengono affrontati temi che l’Istituto ritiene più rappresentativi della attualità politica, economica e sociale. Le dicotomie tematiche individuate per il Rapporto Italia 2014 sono: ITALIA/EUROPA; FINANZA/FINANZA; DESTRA/SINISTRA; ETICA/ESTETICA; RICCHEZZA/POVERTÀ; CONSERVAZIONE/CAMBIAMENTO.
Anche l’edizione 21014 del RAPPORTO ITALIA è farcito da elementi e dati provenienti da specifiche indagini campionarie finalizzate a sondare i temi tradizionalmente proposti dall’EURISPES: un focus sulla religione e la fede, la situazione economica delle famiglie e i consumi, la fiducia nelle Istituzioni, la giustizia, il mondo del lavoro, l’euro e l’Europa, lo sport, il mondo degli animali e diversi altri temi di stretta attualità.
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Il voluminoso e prezioso Rapporto si apre con le “Considerazioni generali” del Presidente dell’Istituto EURISPES, prof. Gian Maria Fara, che sono focalizzate sull’andamento e sulle prospettive del Paese partendo dall’analisi dei risultati evidenziati all’interno del Rapporto stesso; il messaggio lanciato quest’anno è: «prestare ascolto all’Italia che funziona».
Se infatti sembra essersi affermata una sub-cultura del declino e della decadenza, come deriva del nichilismo, Gian Maria Fara auspica invece che in questa particolare fase storica di poter superare, come proponeva Nietzsche, il “nichilismo passivo” (come fattore di decadenza), dal “nichilismo attivo” (come principio di vitalità e di capacità di reazione alla decadenza stessa). L’Italia insomma deve cercare di valorizzare gli asset dei quali dispone che sono unici e irripetibili. Cultura, manifattura, turismo e agricoltura sono i pilastri della nostra economia e, insieme, i fattori determinanti per una ricostruzione del ruolo del nostro Paese nel mondo. Ma questo quadro critico riproporrebbe l’urgenza di elaborare un progetto, indicare una prospettiva di cambiamento percorribile e ragionevole. Il Paese sta dando un’ottima prova nei settori tradizionali del “made in Italy” e del lusso: tessile-abbigliamento, calzature, arredamento e nautica. Siamo riusciti a creare nuove specializzazioni, come nella meccanica; nei prodotti a forte innovazione, nelle tecnologie per l’edilizia e nella chimica farmaceutica.
Nel 1999 l’Italia era al quinto posto nella UE a 27 per saldo commerciale normalizzato nei manufatti; oggi è al terzo posto. E proprio mentre la recessione e l’austerità imposta dall’Europa facevano crollare la domanda interna, e con essa PIL e occupazione, le imprese italiane hanno conseguito eccellenti risultati sui mercati internazionali.
Negli ultimi cinque anni il fatturato estero dell’industria italiana ha superato quello tedesco e francese. Negli ultimi due anni siamo stati tra i soli cinque paesi al mondo (con Cina, Germania, Giappone, Corea del Sud) a conseguire un saldo commerciale con l’estero superiore ai 100 miliardi di dollari. Il comparto agricolo ha prodotto risultati fortemente positivi in termini di fatturato e di occupazione. E quanto alto sia l’interesse per le nostre produzioni agroalimentari, è dimostrato dal fatto che l’Italian sounding (la falsificazione internazionale dei prodotti italiani) ha raggiunto la cifra di 60 miliardi di euro l’anno.
L’Italia resta una tra le mète preferite del turismo internazionale. Per numero di pernottamenti di turisti stranieri, è seconda in Europa soltanto alla Spagna: con 54 milioni di notti è il primo Paese europeo per numero di presenze extra-UE.
E tutto questo nonostante gli ostacoli, i ritardi, i mille impedimenti che gravano su chi decide di avviare una qualsiasi attività imprenditoriale, attraverso una pressione fiscale insopportabile, una burocrazia pervasiva e ossessionata dal regime del controllo e della concessione in luogo del diritto. Ai successi del nostro export e di alcuni dei settori strategici, corrispondono una forte depressione del mercato interno con un progressivo aumento della disoccupazione, una diminuzione sempre più marcata dei consumi e una sfiducia generalizzata sulle prospettive dell’economia.
All’interno di un quadro così contradditorio e complesso, è necessario perciò riportare al centro dell’interesse e dell’azione politica e amministrativa la grande questione dei ceti medi, ossatura stessa del Paese, che stanno pagando il prezzo più alto della crisi. Se, come tutti affermano, il nodo centrale è quello di far ripartire la crescita e rianimare i consumi interni, bisogna avere la consapevolezza che ciò potrà avvenire solo attraverso una coraggiosa operazione di redistribuzione della ricchezza.
La società dei tre terzi rappresenta oggi la reale condizione economica e sociale del Paese: 1/3 di garantiti in grado di affrontare e superare ogni possibile crisi; 1/3 di poveri, che secondo i teorici della “società affluente”, avrebbero dovuto essere emancipati dalla loro condizione di disagio e invece sono diventati sempre più poveri; 1/3 a rischio di povertà – e qui sta la novità – formato dai ceti medi scivolati verso il basso in termini di reddito, di opportunità e di ruolo sociale. I risultati di questa trasformazione sul piano economico, sociale e politico sono davanti agli occhi di tutti. Si è, insomma, di fronte ad un’Italia che arranca, ad una società “defluente”. Il 70% degli italiani denuncia infatti che la propria situazione economica è peggiorata nel corso dell’ultimo anno e ha visto diminuire il proprio potere d’acquisto; il 30,8% è colpito dalla sindrome della quarta e della terza settimana e tra quanti arrivano comunque alla fine mese non manca chi, il 51,8%, vi riesce soltanto utilizzando i propri risparmi. Tentare di risparmiare qualcosa risulta praticamente impossibile per tre italiani su quattro.
I ceti medi rappresentano una delle questioni fondamentali per il futuro della società italiana; il loro indebolimento o la loro scomparsa segnerebbero di conseguenza nel migliore dei casi la riduzione degli spazi di democrazia, o la sua eclissi nel peggiore.
Merita di essere ricordato che EURISPES aveva già parlato negli anni passati di una “progressiva proletarizzazione dei ceti medi”, oggi il fenomeno si è aggravato tanto da poter parlare di una “progressiva pauperizzazione”, versione ancora più pericolosa ove si consideri che proletario è colui che presta la propria opera di salariato a favore di un’impresa. La pauperizzazione è l’impoverimento tout court.
Per il momento, ma solo per il momento, il disagio profondo del ceto medio si manifesta attraverso la sfiducia e l’allontanamento dalle Istituzioni. Una distanza confermata dall’indagine contenuta nel Rapporto: in sette casi su dieci (70,6%) gli italiani indicano che la propria fiducia nelle Istituzioni ha subìto una diminuzione. Rimangono un punto fermo invece le Forze dell’ordine e la Difesa con risultati sempre al di sopra del 50% per quanto riguarda il livello di fiducia accordata dai cittadini a Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza, Esercito, Marina Militare e Aeronautica Militare.
Con il governo Renzi, la politica sembra finalmente dare segni di ringiovanimento, ma il Paese non andrà da nessuna parte se non verranno sostenute le imprese manifatturiere italiane, assicurando loro i servizi e il credito necessari a favorirne la proiezione internazionale, e se non verranno liberate dai mille vincoli e dal peso di una burocrazia soffocante e di una tassazione opprimente. Non si potrà andare da nessuna parte se non si comincerà a pensare al turismo come un asse portante dello sviluppo. Se non si ammoderneranno e non si metteranno in rete le strutture ricettive e si potrà dispiegare a livello internazionale adeguate campagne di promozione e di marketing. Superando, quindi, la ridicola frammentazione che consente a regioni e città di sperperare risorse enormi per improbabili singole campagne di comunicazione o di aprire inutili sedi in giro per il mondo. Non si andrà da nessuna parte se non si comprenderà che con la «cultura si mangia». Mentre addolora sapere che il Louvre ha, da solo, più visitatori di tutti i musei italiani messi insieme, come sapere il numero impressionante delle opere di raro valore relegate negli scantinati per l’assenza degli spazi espositivi necessari ad accoglierle. Il budget della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma è di solo 1,3 milioni di euro, mentre quello della Biblioteca Nacional de España di 52 mln, quello della British Library di 120 mln e quello della Biblioteca Nazionale di Francia di 230 mln.
Non si andrà da nessuna parte se non verrà difesa la nostra agricoltura e le nostre produzioni agroalimentari dalla interessata ottusità degli uffici comunitari, che ostacolano la tutela delle nostre produzioni e se non combatteremo l’Italian sounding e le agromafie che stanno silenziosamente ingoiando pezzi interi della nostra economia. Il Paese non potrà andare da nessuna parte se si penserà di fare cassa con gli ultimi gioielli di famiglia come Eni, Finmeccanica, Enel (che dovrebbero essere considerati monumenti nazionali). E, infine, non si andrà da nessuna parte se non si avrà il coraggio di ammettere che la riforma del “Titolo V” della Costituzione della Repubblica è stata un gravissimo errore e se non verrà riportata sotto controllo la follia delle Regioni.
Recentemente, il Presidente della Confindustria, Squinzi, ha affermato che l’economia italiana è come se fosse uscita da una vera e propria guerra mondiale. Bene. E allora occorrerà regolarsi di conseguenza e cercare di rifare quello che i nostri padri hanno saputo fare negli anni Cinquanta e Sessanta, ricostruendo un Paese distrutto. Per fare ciò, occorre recuperare anche il senso di coesione, della comunità e dello Stato che animò quegli uomini, abbandonando populismo, qualunquismo e demagogia che spesso inducono a comportamenti al limite del ridicolo nella ricerca di un facile e momentaneo consenso. Quando le Istituzioni si acconciano a queste derive, lo Stato perde di autorità, di autorevolezza e di credibilità. Occorre ricostruire non solo materialmente ma anche moralmente l’Italia attraverso la ripresa di una seria ricerca etica. Come diceva Antonio Gramsci: «dobbiamo concentrare l’attenzione nel presente così come è. Se si vuole trasformarlo»
E’ un prezioso documento di poco meno di mille pagine da leggere, da studiare, da consultare puntualmente e, soprattutto, da tenere a portata di mano per poterne trarre gli elementi utili per comprendere meglio le “situazioni”, quando accadono.
I lettori potranno ottenere maggiori informazioni navigando nel sito dell’Istituto EURISPES [www.eurispes.eu].

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