Forse occorrerebbe un Quality’s Act!

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«Why reforms don’t work so well in Italy?» si chiede Gavin Jones dell’Agenzia di stampa britannica Reuters il 30 agosto scorso. «Perché le riforme in Italia non funzionano così bene?»; il cronista tenta di rispondere individuando alcune diagnosi possibili: «l’Italia ha approvato riforme virtualmente senza interruzione per vent’anni. Ma hanno avuto scarso impatto perché sono state spesso superficiali e mal implementate, senza un senso coerente (…) arrestare il declino richiede un cambio di direzione delle politiche, ma l’Italia non sembra aver deciso dove vuole andare. I suoi leader si esprimono a favore di tagli delle tasse e riduzioni della spesa, ma le tasse, la spesa e i debiti continuano ad aumentare e fare le riforme ha finito per essere visto di per sé come un merito». Viene citato il parere di un esperto che sottolinea: «puoi approvare tutte le riforme che vuoi, ma non aiutano se la PA non lavora in modo adeguato per metterle in pratica. Inoltre, le riforme in Italia sono state tendenzialmente marginali e hanno protetto gli insider, coloro che hanno i cosiddetti “diritti acquisiti“, penalizzando invece i giovani». Questo spiega perché: «gli ultimi 20 anni hanno visto almeno 4 importanti riforme del mercato del lavoro, 3 della PA, 3 del sistema scolastico e innumerevoli cambiamenti del sistema giudiziario …, ma i risultati sono nessuna crescita economica dal lancio dell’euro e il tasso di occupazione più basso dell’Eurozona dopo quello della Grecia, la più bassa quota di laureati nella UE e il sistema di giustizia civile più lento, secondo Eurostat e Ocse». L’analisi si chiude con la ricetta di un esperto italiano che, però, ha operato nel FMI: «l’Italia ha bisogno di una rivoluzione culturale, politica e amministrativa. L’idea che questo possa essere ottenuto con più flessibilità di bilancio e usando gli stessi modelli del passato, con qualche piccolo adattamento, sarebbe una tragica illusione».
il Direttore Sergio Bini Il tema ritornò d’attualità nell’ambito delle iniziative per la ricostruzione del Paese». Contemporaneamente, in Italia si sono registrati tre eventi che, per la loro enorme carica simbolica, andrebbero considerati come pericolosissimi “eventi sentinella”: 1) il ritorno del “caporalato” [Andria]; 2) la “colonizzazione” delle istituzioni culturali del Paese [la direzione di 7 tra i 20 siti museali italiani più importanti è stata affidata a stranieri]; 3) nuovi paradigmi competitivi adottati dall’imprenditoria straniera in Italia [Brescia]. Sono episodi-campione ampiamente rappresentativi della “realtà quotidiana” italiana che andrebbero esaminati come “effetti” delle tante scelte operate in questi ultimi decenni dai decision makers senza valutare le loro ricadute in ottica sistemica. Il sociologo Sennett ama citare le parole con le quali Robert Oppenheimer (fisico direttore del progetto USA Manhattan) si autoassolse: «quando vedi qualcosa che tecnicamente è allettante, ti butti e la fai; sulle conseguenze ci rifletti solo dopo che hai risolto vittoriosamente il problema tecnico. Con la bomba atomica è stato così» [Richard Sennett, L’uomo artigiano, Feltrinelli; p. 12].
Quindi, forse, tra le tantissime “riforme” (e “riforme delle riforme”) quella che gli Italiani attendono con ansia da sempre è quella della Qualità; occorrerebbe, cioè, una sorta di «Quality’s Act» che impegni tutti alla corretta declinazione della Qualità nella gestione delle organizzazioni che costituiscono lo Stato; nella valorizzazione della Qualità del lavoro quotidiano delle persone; nell’adozione di un sistema che premi realmente le competenze ed il merito; nella riduzione degli sprechi di gestione rendendo agili le “supply chain”; nell’operare le scelte in ottica sistemica; creare un futuro migliore alle giovani generazioni; nei processi di elaborazione dei testi normativi che possano diventare facilmente accessibili a tutti i cittadini. Sono temi che ho affrontato più volte; vorrei qui solo ricordare lo scritto “dalle regole della Qualità alla qualità delle regole” ospitato nel libro La qualità delle regole nella società contemporanea [Ed. Carocci, 2014; p 186]. Anche per questo motivo è per me motivo di grandissimo onore poter dedicare questo numero della Rivista agli scritti di autorevoli connazionali che rappresentano il meglio dei saperi italiani: il prof. Enrico Maria Mosconi; gli scienziati ingegneri Silvia Natalucci e Gabriele Mascetti dell’Agenzia Spaziale Italiana; il prof. ing. Angelo Luongo Direttore del Dipartimento di Ingegneria Civile dell’Università de L’Aquila e dei suoi allievi il prof. Francesco D’Annibale e l’ing. Martina Sciomenta; il Maestro Orologiaio Giampiero Macchioni dell’Accademia dell’Orologio di Roma; la dott.ssa Susanna Fara dell’Istituto Eurispes; l’ing. Giampaolo Stella, storico collaboratore della Rivista.
A loro va la mia gratitudine per il tempo e per la disponibilità manifestata nel voler condividere i propri saperi con i lettori della Rivista QUALITÀ. Buona lettura!
Sergio Bini

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