Enrico Lattes l’architetto ritrovato

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Enrico Lattes nasce in Toscana, a Pitigliano, il 24 maggio 1904, figlio di Azzaria, sindaco di Monte Argentario.
Il padre Azzaria è stato un personaggio di rilievo della comunità ebraica, vicino ad Ernesto Nathan, ne condivise posizioni politiche e la passione per gli ideali mazziniani; venne ucciso misteriosamente a Porto Santo Stefano nel 1906.
Enrico Lattes frequenta l’Accademia di Belle Arti di Roma, poi la Regia Scuola d’Architettura, dove fu allievo di Gustavo Giovannoni. La sua attività supera i confini nazionali, quando nella seconda metà degli anni Venti si trasferisce a Tripoli dove lavora al progetto della Fiera Campionaria (figura n. 1).
Entra vivamente nel dibattito sull’architettura del tempo che vede contrapposti i razionalisti “progressisti” e i “nazionalisti”, difensori della tradizione classicista della cultura italiana nelle terre d’oltremare.
Scrive sulle principali riviste d’epoca, partecipa alla grande stagione dei concorsi d’architettura degli anni Trenta; si dedica all’urbanistica insieme al maestro Luigi Piccinato. Nel 1933 vince insieme agli architetti Saul Bravetti e Alberto Staderini, il concorso per il piano regolatore di Terni, progetto che tutt’ora plasma l’immagine della città.
Nel maggio del 1934, proprio quando il gruppo di architetti si accingeva alla stesura della parte operativa del Piano, Enrico Lattes muore in un incidente stradale alle porte di Roma; il 1° maggio 1934 a Rignano Flaminio.
Il fratello Guido, gli farà dedicare una via nella città di Terni; mentre l’architetto Mario Ridolfi innalzerà il suo monumento funebre nel cimitero israelitico di Roma.
L’opera “Enrico Lattes – l’architetto ritrovato” ripercorre la vita e le opere di uno di quegli architetti “minori” dimenticati dalla storiografia contemporanea.
Il fatto è probabilmente dovuto a due motivi: la damnatio memoriae del periodo in cui opera l’architetto, il ventennio fascista; il recente recupero, da parte della storiografia italiana, del valore e del contributo della comunità ebraica alla costruzione dello Stato unitario.
Il libro è elaborato su due piani uno narrativo e l’altro storico-scientifico.
Nel primo si traccia la storia umana del giovane architetto Lattes e della sua famiglia sul secondo si traccia un quadro esaustivo della arte e dell’architettura del tempo sempre con uno sguardo ai drammatici fatti storici del periodo. Si sta parlando dell’avvento del fascismo il suo consolidamento con dittatura, l’alleanza con la Germania fino alle leggi razziali del 1938.
Il libro non attinge solo a fonti bibliografiche, ma è un’attenta ricerca da fonti archivistiche. Di particolare interesse è il dibattito di architettura che si sviluppa all’interno delle riviste scientifiche dell’epoca in particolare: Casabella e Architettura. Dibattito che dall’Italia si sposta nelle colonie in particolare in Libia principale luogo di sperimentazione artistica di molti architetti italiani. In queste terre era in voga lo stile moresco uno stile eclettico da “mille e una notte” che tanto affascinava gli stranieri.
Gli architetti italiani e in particolare quelli ebrei si distinsero per una profonda analisi della cultura costruttiva dell’Africa, abbandonando sia il monumentalismo “neoclassico” sia lo stile moresco, optando per quello che poi sarà chiamato Razionalismo mediterraneo.

Figura 2 - Padiglione Tripolitania esterno

Figura 2 – Padiglione Tripolitania esterno

Campo di prova di questi giovani architetti fu la Fiera Campionaria di Tripoli, istituita nel 1927 per potenziare i commerci e le relazioni internazionali con l’Africa e le potenze coloniali europee, venne realizzata in pochissimo tempo nel cuore della città in un lotto di forma triangolare.
I padiglioni principali avevano la caratteristica di stabilità ed erano delle vere e proprie opere d’architettura, tra i quali vanno segnalati il padiglione “Roma” di Alessandro Limongelli, il padiglione dell’ Eritrea e della Somalia di Carlo Enrico Rava, e il padiglione della Tripolitania poi della Libia di Enrico Lattes (figura n. 2 e n. 3).
Lattes lavorò attivamente alla Fiera di Tripoli, tanto che l’assetto urbanistico dell’area è dovuto principalmente ad un suo progetto pubblicato sulla rivista “l’Illustrazione Italiana” di quel periodo. Il padiglione del Tripolitania recupera, con la sua forma a marabutto, le tipiche costruzioni indigene presenti nelle campagne della Libia.
Il Lattes fa di questa costruzione il simbolo della cultura della Tripolitania non cedendo con il suo linguaggio a nessuna delle “correnti” in voga allora fra gli architetti coloniali ovvero: lo stile “moresco”, l’avanguardia, e il classicismo italico.
La Fiera di Tripoli fu dunque un luogo di libertà d’espressione all’interno di un regime autoritario, ma ben presto questa apertura internazionalista venne offuscata dalle necessità di fare dell’architettura uno degli strumenti principali di persuasione e di propaganda politica. Le tappe politiche che portarono alla fine della tolleranza del regime per un certo “individualismo artistico” furono il dibattito parlamentare per il concorso per il palazzo del Littorio a Roma (1934), la nascita dell’Impero (1936) e il patto d’acciaio con la Germania (1939) . Finì il dialogo con la cultura locale e gli architetti razionalisti vennero spinti verso l’idea di un architettura monumentale che inneggiasse alle nuove conquiste del regime.

Figura 3 - Padiglione Tripolitania interno

Figura 3 – Padiglione Tripolitania interno

Nacque il cosiddetto “Stile littorio” e il monumentalismo semplificato piacentiniano. L’architettura si impoverì ulteriormente di contenuti, quando all’indomani della promulgazione delle Leggi Razziali nel 1938; le avanguardie di architettura e l’architettura razionalista in particolare, venne additata come architettura ebraica, esterofila e “antiautarchica”. L’autarchia fu un pretesto per abbandonare tecnologie avanzate del cemento armato che avevano visto la realizzazione di opere avveniristiche come gli hangars dell’aeroporto di Castel Viscardo realizzati dall’ingegner Pier Luigi Nervi, e ritornare a tecnologie tradizionali basate su materiali di riciclo, come ad esempio il “Populit” un sistema di costruttivo fatto di pannelli di cemento alleggeriti con scarti di lavorazione del legno. Nonostante il fatto che il Lattes morì prima della guerra e molti dei suoi colleghi vennero “ridimensionati”, grande è il patrimonio di ricerca nel campo dell’edilizia dobbiamo allo loro attività.
Non possiamo non considerare che, tutto il dibattito sulla cosiddetta architettura neorealista nel 2° dopoguerra, ovvero l’attenzione per il dettaglio, per l’architettura minore, rurale, sia anche frutto della analisi che questi architetti fecero dell’edilizia autoctona nel nord Africa.
Il lascito più importante dell’architetto pitiglianese è senza alcun dubbio il piano regolatore della città di Terni (1934). La “Manchester italiana” deve la sua forma moderna all’opera di un giovanissimo architetto, è lui che ancora una volta non dimenticando le sue radici ebraiche chiama il piano della città umbra “613”. Il numero “613”è sacro per gli ebrei, questi sono i precetti custoditi dentro il libro della Torah. Accanto a questa visione “religiosa” della città, il Lattes introduce nel Piano concetti di moderna urbanistica come la zonizzazione, crea degli assi stradali extraurbani, anticipando il concetto di piano urbanistico territoriale. Infine crea il suo capolavoro che è l’attuale asse di corso del Popolo, che attraversa la città antica e sbocca davanti al palazzo monumentale.
Quest’opera dall’iter faticoso si è solo conclusa di recente ed è stata riprogettata dall’architetto Wolfang Frankl stretto collaboratore di Mario Ridolfi.

NOTA FINALE

Altre immagini sull’opera dell’architetto Enrico LATTES sono state messe a disposizione degli studiosi, da parte dell’autore, sui seguenti siti: Link 1Link 2

Enrico LATTES: architect found. In its short life (1904 – 1934), the young Italian architect has left important examples of design and international (Fair of Tripoli in Libya) and Italian (Plan of Terni, still present). It is a heritage design everything to be rediscovered!

SERGIO DANILO PIRRO

Architetto

danilosergio@libero.it
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