COP 21 & l’Accordo sul clima «Paris Outcome»

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Il documento finale della COP21, per l’Accordo sul clima – il cosiddetto “Paris Outcome”- può essere considerato sufficientemente modesto rispetto alle grandi aspettative (molti ne parlano senza mezzi termini di un “disastro”); per altri, invece, costituisce un “risultato insperato” in rapporto a come avrebbe potuto essere
Verso sera del 12 dicembre 2015, con un giorno di ritardo rispetto alla chiusura ufficiale, dell’appuntamento mondiale sull’ambiente COP21 di Parigi, è stato trovato un accordo relativamente importante per contrastare la minaccia del cambiamento climatico.
L’Accordo sul clima, denominato Paris Outcome entrerà in vigore nel 2020 quando decadrà il Protocollo di Kyoto. Nel presentare la bozza finale dell’Accordo ai ministri e ai capi di stato e di governo dei 195 Paesi, il ministro degli esteri francese Laurent Fabius (che presiedeva l’assemblea della COP21), aveva utilizzato le seguenti parole: «giusto, sostenibile, dinamico, equilibrato e legalmente vincolante».
È davvero così? Sarà sufficiente rovesciare la tendenza del cambiamento? O servirà solo a rendere un po’ più lenta la catastrofe climatica? 
Il Paris Outcome è come i realisti immaginavano potesse essere; è un documento che sembra tanto un “bicchiere mezzo pieno/mezzo vuoto”:
•un disastro in confronto a quello che avrebbe dovuto essere;
•un risultato insperato, un vero miracolo, in rapporto a come avrebbe potuto essere.
La presidenza francese si è impegnata moltissimo per mediare le richieste e le aspettative della Cina e della Russia e dei principali Paesi produttori di petrolio e, quindi, per evitare una brutta figura. La svolta è stata l’uscita allo scoperto dell’high ambition coalition, un gruppo negoziale di almeno 100 Paesi, tenuto in segreto per sei mesi, comprendente Unione Europea, molti Paesi in via di sviluppo e Paesi meno sviluppati, gli USA, il Canada, l’Australia, ostinati a difendere l’integrità ambientale dell’accordo.  
Ma non i principali Paesi in via di sviluppo, la Cina e l’India. Il Brasile, per anni parte del blocco dei Paesi in via di sviluppo, si è aggiunto all’high ambition coalition. Questo “Gruppo” ha scompaginato i tradizionali blocchi negoziali ed ha coagulato la propria azione intorno a quattro temi divenuti, quindi, i principali nodi del negoziato: 
1)DIFFERENTIATION. Il primo riguarda il rispetto del principio delle responsabilità comuni ma differenziate rispetto all’accumulo dalla rivoluzione industriale a oggi, delle emissioni di gas serra, nonché alle capacità di intervenire per ridurle. La COP 21 doveva decidere se mantenere la differenza di impegni di riduzione tra Paesi industrializzati e non industrializzati, mantenendo il regime del Protocollo di Kyoto.
2)AMBITION. Il secondo riguarda il limite da porre al riscaldamento globale e alla progressiva de-carbonizzazione delle società. A Copenhagen, i Paesi avevano condiviso l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a non più di 2 °C rispetto all’era pre-industriale. Negli ultimi giorni della COP21, proprio i Paesi dell’«high ambition coalition» avevano chiesto un chiaro riferimento a un limite a 1,5 °C, che gli scienziati ritengono possa dare maggiori garanzie di sopravvivenza alle nazioni insulari e rivierasche e a un tragitto e una scadenza temporale per la de-carbonizzazione delle società.
3)FINANCE. Altro grande tema di controversia sono stati gli aiuti finanziari. Con l’accordo di Copenhagen i Paesi sviluppati si erano impegnati a mobilitare 100 miliardi di dollari l’anno, entro il 2020, a favore dei Paesi in via di sviluppo per attività di lotta ai cambiamenti climatici. I Paesi in via di sviluppo puntavano sul principio di “progressione”, aiuti via via crescenti negli anni.
4)TRANSPARENCY. I requisiti minimi di trasparenza del reporting e della verifica. I Paesi in via di sviluppo hanno sempre mostrato contrarietà agli obblighi di reporting e di verifica della contabilizzazione delle emissioni e di rispetto degli impegni (che valgono invece per i Paesi sviluppati).
L’accordo di Parigi accoglie dunque l’obiettivo di “contenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto di 2 °C” rispetto ai livelli pre-industriali e di proseguire gli sforzi per limitare l’aumento della temperatura a 1,5 °C, riconoscendo che ciò ridurrebbe in modo significativo i rischi e gli impatti del cambiamento climatico.
Il testo dell’accordo non risponde alle aspettative di molti, ma era difficile ritenere che si potesse andare oltre questo impegno.
È ovvio che le promesse di riduzione dei gas serra che i Paesi hanno messo sul tavolo di Parigi cadrà ben al di sotto dell’obiettivo 2 °C. Per limitare a 1,5 °C il riscaldamento c’è bisogno di profonde e rapide riduzioni delle emissioni di CO2, che passano attraverso politiche aggressive, incluso l’aumento dei prezzi dell’energia da fonti fossili, per accelerare investimenti in tecnologie pulite e per disporre di fondi a favore dell’innovazione tecnologica. 
Di sicuro l’accordo di Parigi ha riconosciuto le esortazioni della comunità scientifica ad affrontare con urgenza il cambiamento climatico. I tre elementi chiave per farlo, in qualche modo, sono nel testo dell’accordo: mantenere il riscaldamento al di sotto di due gradi; abbandonare i combustibili fossili; rivedere, ogni cinque anni, gli impegni dei Paesi di riduzione dei propri livelli di emissioni di gas-serra. In qualche modo l’accordo riconosce che i tagli alle emissioni promessi dai paesi non sono ancora sufficienti.
Tuttavia l’accordo, nel suo complesso, invia un messaggio forte a imprese, investitori e cittadini: i combustibili fossili appartengono al passato, mentre per il futuro l’energia potrà essere solo rinnovabile e pulita. Infine, l’accordo riconosce il nesso tra climate change e sicurezza alimentare e l’urgenza di affrontare la fame e la malnutrizione.  

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