Città diffusa e paesaggi urbani in trasformazione

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L’urbanizzazione nel nostro pianeta segue un ritmo crescente che sta determinando il rapido aumento del numero di persone che vivono nelle città. Se, infatti, nel 1950 meno di un terzo della popolazione mondiale viveva in ambiente urbano o semiurbano, si prevede che nel 2030 si arriverà a circa due terzi.
Si tratta di un processo particolarmente significativo che sta determinando veloci trasformazioni del paesaggio. L’esito è una città che disorienta in quanto si esprime attraverso manifestazioni eterogenee – per forme e significati – che alternano aspetti di pieno, di vuoto e di no-where. No-where inteso come nessun luogo, riferito a una città che sembra scomparire – almeno nella sua dimensione simbolica – nel banale e nel generico.
La città contemporanea – estesa e policentrica – dona l’illusione di vivere nel verde e a contatto con la natura ma, allo stesso tempo, alimenta la crisi ecologica e ambientale del territorio.
Uno spazio urbano, insomma, che viene spesso descritto come l’anticittà fatta di costruzioni solitarie e di consumo di suolo.
All’inizio degli anni ‘60 Jane Jacobs con Vita e morte delle grandi città rovesciò i tradizionali principi urbanistici affermando l’importanza di una dimensione forte di vicinato e descrivendo la vitalità delle comunità di quartiere.
Negli stessi anni Rachel Carson nella sua Primavera silenziosa descrisse i danni irreversibili causati dall’uso di pesticidi dando l’avvio al pensiero ecologico contemporaneo. A distanza di più di cinquant’anni, tuttavia, la diffusione urbana ancora non accenna ad arrestarsi e la causa non può essere cercata solo in una pianificazione distratta o di scarsa qualità.
Al contempo, non si può neanche dire che la città diffusa non sia città solo perché in essa non si ritrovano i caratteri tipici della vita urbana individuati da Weber e Simmel. Se la città perde i suoi confini e le sue mura, è evidente che servono nuove categorie per interpretare questa nuova forma urbana e i nuovi soggetti che contribuiscono a darle forma.
Ciò che manca, in realtà, è il progetto. Manca un progetto di città capace di interpretare lo spazio contemporaneo e di lavorare sul tessuto urbano con coerenza, seguendo il linguaggio delle forme. Manca una nuova estetica della città.
L’obiettivo dovrebbe essere quello di perseguire un’urbanizzazione che non sia in contrasto con l’ambiente naturale (magari recependo le intuizioni migliori del Landascape Urbanism), che esprima i caratteri del design biofilico, che rispetti i bisogni degli individui e contribuisca a costruire una città vivibile anche attraverso un diffuso rispetto della biodiversità e una maggiore connessione con la natura e con le altre forme di vita.
Il fenomeno della diffusione urbana, infatti, non è certo recente. La sua comprensione, al contrario, è in ritardo. C’è bisogno di nuove categorie interpretative per comprendere la città che si è estesa a tutto svantaggio della campagna. Il movimento contrario, infatti, ovvero la campagna che entra nella città, è ancora lontano dall’assumere una dimensione rilevante. Orti urbani, greening, e altre esperienze simili ancora non costituiscono una dimensione capace di portare in equilibrio i due movimenti.
Dickens passeggiando sul Tamigi descrive la Londra di allora e, in particolare la riva dei Docs, le ciminiere e le fabbriche e dice che gli sembra di vedere una città nuova. Baudelaire quando scrive di Parigi post Haussmann parla di una città nuova. Habermas ha, dunque, ragione quando afferma che è talmente nuova l’esperienza urbana che dobbiamo inventarci nuove categorie per descriverla. Tanti modi sono stati utilizzati per definirla (sprawl, edge city, galassia urbana, città in nuce, nebulosa, ecc.) e forse non è troppo importante interrogarsi su quale di essi sia preferibile, quanto, piuttosto, affermare che in ognuno di questi casi si stava provando a definire una nuova forma urbana. Ecco il comune denominatore che accomuna le diverse esperienze: si tratta di una città nuova che, tuttavia, non ha ancora trovato il giusto progetto, la giusta densità.
La ricerca di un equilibrio di densificazione vuol dire anche individuare strumenti capaci di contenere il consumo indiscriminato di suolo (regole, vincoli, infrastrutture ecc.) e i danni che produce in termini di perdita di biodiversità, di qualità paesaggistica, e di favorire una forma compatta anche nella bassa densità, in modo tale da ridurre il disordine e attenuare quell’aria distratta che spesso, ormai, assume il territorio.
Si rende, dunque, necessario un governo di area vasta capace di soddisfare un fabbisogno di regolazione e pianificazione che non può limitarsi a piccoli scorci di territorio ma che dovrebbe riguardare tutta l’area interessata dal fenomeno diffusivo. Un governo, dunque, capace di concepire e pianificare periferie – e più in generale città – che conservino una dignità estetica, che non siano soltanto l’esito dell’inerzia delle amministrazioni, di spinte speculative o di azioni residuali di social housing, ma che al contrario sappiano esprimere il loro senso naturale di bellezza e di meraviglia e siano capaci di offrire tale ricchezza di emozioni, esperienze e sensazioni a chi le vive, le guarda e le attraversa.

NOTE

1 In questo saggio vengono rielaborati alcuni dei contenuti già pubblicati dall’autrice in La città diffusa. Luoghi pubblici, luoghi comuni, luoghi abusivi, Liguori, Napoli, 2011.

Urban sprawl and urban landscapes in motion
The urbanization of our planet follows an increasing rate that is driving the rapid increase of people living in cities. If, in fact, in 1950 less than a third of the world population lived in urban and semi-urban areas, it is expected that in 2030 this population will reach about two-thirds. This is an epoch-changing process that is leading to fast changes in the landscape. The result of this process is an extensive and polycentric city that offers the illusion of living in the countryside and in contact with nature but, at the same time, feeds the ecological and environmental crisis. It is an urban space often described as the anti-city made of lonely buildings and land consumption.
There’s a lack of a city project capable of interpreting the contemporary space and the urban fabric, following the shapes and pursuing urbanization, without conflicting with the natural environment (perhaps incorporating the best insights of Landascape Urbanism). A project is needed to expresses the character of biophilic design, which respects the needs of individuals and contributes to build a livable city through a widespread respect for biodiversity and a deeper connection with nature and other life forms.

SIMONA TOTAFORTI

Professore associato di Sociologia dell’ambiente e del territorio - Università degli Stranieri Dante Alighieri di Reggio Calabria
totaforti@unistrada.it
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