Agricoltura, ambiente e territorio

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Il percorso evolutivo dell’agricoltura nella produzione di ambiente e territorio

La consapevolezza, se diffusa e condivisa, è capace di aprire a nuove sfide, che hanno la forza dell’esperienza maturata nel passato e l’entusiasmo che accompagna il viaggiatore verso mete ancora inesplorate. Grazie alla consapevolezza, l’agricoltura si è trovata al centro del percorso di rinnovamento delle strategie ambientali, economiche e sociali degli ultimi anni, attraverso il riconoscimento del ruolo dinamico e propositivo dei luoghi di campagna, non più così distanti dalle città.
Il concetto di prossimità, infatti, si sviluppa e afferma per definire un’agricoltura che investe nella conoscenza del territorio, nella promozione di reti e collaborazioni con enti pubblici, università e imprese locali ma anche, e soprattutto, nella soddisfazione della domanda diffusa di maggior benessere.
L’attività dell’agricoltore, se da un lato presenta i caratteri tipici di un’attività d’impresa economicamente orientata e professionalmente organizzata ai fini della produzione e dello scambio di beni e servizi per il mercato1, dall’altro è sostanzialmente incentrata sul perseguimento di interessi pubblici che si esprimono nella tutela dell’ambiente, nella valorizzazione del territorio e nella garanzia di alimenti sicuri. Si tratta di beni immateriali il cui valore sul piano economico ha faticato ad essere riconosciuto.
Il volto dell’agricoltura è indubbiamente cambiato negli anni se pensiamo che nel codice civile del 1865 l’agricoltura, per la quale mancava una definizione, poteva essere intesa soltanto come attività di godimento della proprietà della terra.
È il codice civile del 1942 ad individuare per la prima volta la figura dell’imprenditore agricolo, definendolo come colui che esercita una delle attività di coltivazione del fondo, di allevamento del bestiame o di selvicoltura e attività connesse, ma manca ancora la piena consapevolezza di ciò che significa produrre ambiente, e soprattutto, manca la consapevolezza, giuridica ma non sociale, del rilievo che tale attività esercita sul piano economico, culturale e sociale, oltre che in termini di conservazione della biodiversità.
Un passo decisivo verso l’affermazione dell’agricoltura come parte integrante della sostenibilità è compiuto dalla politica agricola comune a partire dagli anni ’80, dall’abbandono del sistema di aiuti diretto a massimizzare la produzione e dalla previsione di misure di sostegno del reddito degli agricoltori impegnati a mantenere la terra in buone condizioni agronomiche ambientali. Ancora più di recente, il regolamento (UE) n. 1305/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio del 17 dicembre 2013 sul sostegno allo sviluppo rurale da parte del Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale e che abroga il regolamento (CE) n. 1698/2005 del Consiglio, individua nello sviluppo rurale il contesto privilegiato per una crescita sostenibile nel quale consentire all’agricoltura di esprimere al meglio la propria vocazione di attività economica indirizzata non solo e non tanto alla produzione di beni ma alla fornitura di servizi di utilità sociale, attraverso la previsione di misure agro-climatico-ambientali da destinare agli agricoltori che, su base volontaria, abbiano deciso di investire non solo nella conservazione dell’ambiente ma, soprattutto, nel suo costante miglioramento, impegnandosi in attività di mitigazione dei cambiamenti climatici, di valorizzazione del paesaggio, della biodiversità, del suolo e delle risorse naturali.
Alla politica agricola europea declinata in chiave green deve essere riconosciuto il merito di aver favorito la consapevolezza che la bellezza del paesaggio e di un ambiente in buona salute sono frutto dell’impegno e della dedizione dell’agricoltore, in virtù del presupposto che «per le leggi naturali, l’attività agricola, per sopravvivere a se stessa e per continuare ad esistere come fonte di profitto nella logica dell’impresa, pretende il rispetto dell’ambiente, nei cui confronti si pone, allora, come strumento funzionale alla sua conservazione»2.

La multifunzionalità come strumento di valorizzazione delle attività agricole

Nella direzione di valorizzare il ruolo dell’agricoltore non più soltanto come produttore di beni ma come «soggetto economico professionista nella conservazione, valorizzazione e produzione di ambiente», il legislatore nazionale, sulla spinta dell’UE, che intende riconfigurare la ruralità come realtà caratterizzata dalla diversificazione delle attività da considerare in un contesto unitario, ha adottato, a partire dal 2000, le prime iniziative dirette a valorizzare la capacità delle imprese agricole di rapportarsi al territorio e di assumere nuove funzioni.
Con il d.lgs. 18 maggio 2001, n. 128 di Orientamento e modernizzazione del settore agricolo, che modifica, ampliandolo, il contenuto dell’articolo 2135 c.c., si riconosce un nuovo ruolo all’imprenditore agricolo, esteso oltre i confini dell’azienda, come attività al servizio delle città, a presidio del territorio e come fonte di occupazione e integrazione di reddito.
A ricevere ulteriore impulso è l’attività agrituristica, organizzata non più soltanto a fini ricettivi, ma anche a fini ricreativi, culturali e didattici o escursionistici, di pratica sportiva e di ippoturismo, fino a prevedere la degustazione dei prodotti aziendali da offrire agli ospiti per favorire la conoscenza del territorio3.
I rapporti con la pubblica amministrazione sono rafforzati attraverso la possibilità di stipulare contratti di collaborazione con gli imprenditori al fine di garantire il sostegno e lo sviluppo dell’imprenditoria agricola locale, valorizzando le peculiarità dei prodotti tipici, biologici e di qualità.
I prodotti, d’altra parte, sono un forte elemento di attrazione verso i territori da cui originano: infatti, «il prodotto tipico esprime una profonda cultura della tradizione eno-gastronomica locale. In particolare, il richiamo paesaggistico riflette sul mercato, attraverso i prodotti del territorio, molteplici profili tra cui la sua funzione “culturale” quale espressione delle tradizioni locali, e “sociale”, in ragione della multifunzionalità dell’attività agricola e quindi di servizi nell’interesse della collettività, ed “economica”, per la sua capacità di collettore di clientela»4.
Un significativo riconoscimento del ruolo strategico dei territori come luoghi diversificati di produzione di paesaggi, di prodotti alimentari e di siti archeologici inimitabili, da rendere fruibili al pubblico attraverso specifiche forme di offerta turistica, è contenuto nella legge 27 luglio 1999, n. 268, recante disciplina delle «strade del vino», che promuove la realizzazione di «percorsi segnalati e pubblicizzati con appositi cartelli, lungo i quali insistono valori naturali, culturali e ambientali, vigneti e cantine di aziende agricole singole o associate aperte al pubblico».
Numerose sono le iniziative organizzate, al riguardo, dai produttori della zona anche attraverso la promozione di prodotti agroalimentari diversi dal vino quali, ad esempio, l’olio extravergine di oliva e, più in generale, i sapori tipici e le bellezze del territorio, come «segno e identità dell’opera dell’agricoltore»5.
In questo senso, piene di consapevolezza sono le parole che Cesare Pavese dedica al paesaggio vitivinicolo delle Langhe, espressione del rapporto sublime6 dell’uomo con la natura, e oggi patrimonio mondiale dell’UNESCO: «non c’è niente di più bello di una vigna ben zappata, ben legata, con le foglie giuste e quell’odore della terra cotta dal sole d’agosto. Una vigna ben lavorata è come un fisico sano, un corpo che vive, che ha il suo respiro e il suo sudore»7.

La rivalutazione dell’agricoltura nel rapporto con le città

Per molto tempo, invece, l’idea che il paesaggio ed il buon cibo fossero normali «cose» della natura, ha comportato minimi livelli di attenzione nei confronti di chi produce qualità, bellezza e benessere, con conseguenti ed inevitabili abbandoni, partenze e distacchi dai luoghi di campagna, nella prospettiva di cogliere le opportunità del lavoro in città8.
È, infatti, il contesto urbano ad espandersi oltre i confini necessari ad assicurare il progresso economico e sociale, attraverso la produzione di periferie, magari anonime ma ricche di supermercati attraenti in grado di dispensare gioie nell’immediato e dubbi nel tempo, attraverso l’affermarsi di nuove consapevolezze: tutto ciò che circola nel mercato ha un prezzo; le produzioni in serie hanno prezzi più contenuti ma non sempre sono in grado di assicurare la qualità; un sistema concorrenziale non regolato può determinare la diffusione di comportamenti scorretti che danneggiano l’immagine di imprenditori responsabili e inducono l’acquirente a compiere scelte di acquisto sbagliate sul piano economico, quando non anche pregiudizievoli per la salute.
A fronte di un mercato che assicura prodotti e servizi in grandi quantità provenienti da una forma di agricoltura intensiva e che affida all’etichettatura il compito di informare il consumatore eliminando il rapporto diretto con il produttore, si avverte con sempre maggiore consapevolezza la difficoltà di affidarsi a messaggi pubblicitari spesso ingannevoli, che non mantengono le promesse sulla composizione del prodotto o sulla sua origine, provocando un evidente senso di disorientamento e diffidenza tra gli acquirenti.
Da qui l’importanza dei segni distintivi, in particolare dei marchi collettivi e delle denominazioni geografiche, per consentire al prodotto di essere riconoscibile in quanto proveniente da uno specifico territorio, con caratteristiche proprie dovute ai fattori umani e ambientali o alla reputazione di cui gode il territorio.
Gli imprenditori agricoli che intendono ricorrere a tali segni, assumono l’impegno di rispettare un disciplinare di produzione, che impone il rispetto di regole ferree in termini di qualità delle materie prime utilizzate e dei processi di produzione impiegati. Per tali ragioni, le loro produzioni devono essere tutelate contro gli atti di concorrenza sleale posti in essere da chi intende sfruttare le caratteristiche di pregio dei prodotti originali sostituendoli con materie prime di scadente valore.
La funzione di garanzia e di certificazione dei marchi collettivi e delle indicazioni geografiche è apprezzata dai consumatori nella fase di acquisto, in particolare nei mercati di vendita diretta, nelle fattorie, negli agriturismi locali, dove il rapporto diretto con il produttore è nuovamente ristabilito ed il consumatore ritrova la propria dimensione sociale attraverso lo scambio di opinioni e la richiesta di informazioni, diventando un cittadino maggiormente consapevole e responsabile.
A fronte della maggior richiesta di benessere da parte di chi vive in città o in periferie congestionate, dall’aria irrespirabile, prive di paesaggi da fruire e di suolo da destinare ad attività agricole, raggiunte “a singhiozzo” dai servizi pubblici essenziali, l’agricoltura si approssima alle aree urbane attraverso attività di riqualificazione di spazi degradati da destinare alle comunità per recuperare il piacere del contatto con la natura e ridefinire con creatività il rapporto con la città, ad esempio, attraverso la cura degli orti urbani.
La città, inoltre, offre all’agricoltura terreno fertile per promuovere modelli di sviluppo strategici basati sulla filiera corta, come il chilometro zero o i mercati di vendita diretta9, nei quali ad essere privilegiate sono la distintività, la varietà e la stagionalità delle produzioni agroalimentari.

Lo sviluppo dell’agricoltura come strumento di inclusione sociale

Ma, ancora più di recente, l’agricoltura si è posta un ulteriore obiettivo, diretto non soltanto ad offrire spazi all’aria aperta, a contatto con gli animali e destinati al tempo libero, ma anche a fornire sostegno per contrastare l’esclusione e l’isolamento sociale di giovani ed anziani o a garantire un percorso educativo ai bambini attraverso l’offerta di servizi “atipici”, quali le fattorie didattiche, gli agriasilo, gli agriospizi, che fanno del contesto agricolo terreno privilegiato di intervento per fornire una risposta concreta ad esigenze che maturano in ambito sociale.
E proprio l’agricoltura sociale ha ricevuto di recente espresso riconoscimento anche sul piano legislativo attraverso la legge 18 agosto 2015 n. 141, che definisce l’agricoltura sociale come «aspetto della multifunzionalità delle imprese agricole finalizzato allo sviluppo di interventi e di servizi sociali, socio-sanitari, educativi e di inserimento socio-lavorativo, allo scopo di facilitare l’accesso adeguato e uniforme alle prestazioni essenziali da garantire alle persone, alle famiglie e alle comunità locali in tutto il territorio nazionale e in particolare nelle zone rurali o svantaggiate».
Il riconoscimento, sia pur tardivo, sul piano giuridico, di una nuova ed ulteriore forma organizzativa di agricoltura, frutto di precedenti esperienze maturate a livello locale in connessione con la produzione di alimenti, assicura una rinnovata consapevolezza del ruolo dell’agricoltore nel mutevole contesto sociale, essendo in grado di imporre «una versione forte della multifunzionalità, in quanto capace di avvantaggiarsi della diversa condizione di debolezza di cui le città sono, ormai, segnate verso la campagna come perno su cui far ruotare e riorientare la fornitura di beni relazionali fino a qualche tempo fa considerati extra-economici»10.

L’investimento dei giovani nell’agricoltura che produce innovazione ed emozioni

D’altra parte, la continua vivacità dell’agricoltura e la capacità di porsi obiettivi sempre nuovi sono garantite dal coinvolgimento di giovani creativi, interessati e formati nel saper riconoscere la bellezza del territorio, che intendono investire il loro futuro in un’attività professionale che punta all’innovazione attraverso la ricerca partecipata e la sperimentazione di forme di miglioramento dell’efficienza produttiva, la valorizzazione dell’economia circolare, più attenta allo stato di salute dell’ambiente e l’impiego di strumenti tecnologici innovativi orientati a soddisfare i bisogni della collettività, senza alterare i delicati equilibri della natura.
Pertanto, gli agricoltori, grazie al rapporto privilegiato con la terra, sono i primi a sperimentare che «oltre al prodotto economico, la terra produce anche vantaggi non consistenti in frutti propriamente detti distaccantisi dal terreno» ma in emozioni che sviluppano e rafforzano il senso di appartenenza al territorio, come «il piacere fisico del possesso, che consiste nel camminare sopra il fondo, nel contemplarlo, nel toccare le piante e vederle crescere; la gioia del lavoro … che consiste altresì nel lavorare per uno scopo, che è di riempire il granaio di frumento dorato e sonante, la cantina di vino, dal bel colore, largitore di letizia; il piacere psicologico che sta nell’immaginazione del miglioramento futuro del fondo…».
E tutto questo «si paga, perché ha valore»11.

NOTE

1 Cfr. F. Albisinni, Azienda multifunzionale, mercato, territorio. Nuove regole in agricoltura, Milano, 2000, p. 93 ss.
2 S. Carmignani, Paesaggio, agricoltura e territorio. Profili pubblicistici, in E. Rook Basile, S. Carmignani e N. Lucifero, Strutture agrarie e metamorfosi del paesaggio. Dalla natura delle cose alla natura dei fatti, Milano, 2010, p. 51.
3 Sulla disciplina evolutiva in materia di agriturismo, cfr. Ambrosio M., Agriturismo. Il percorso normativo, Roma, 2016.
4 Cfr. N. Lucifero, Paesaggio, agricoltura e territorio. Nuovi modelli di tutela, in E. Rook Basile, S. Carmignani e N. Lucifero, Strutture agrarie e metamorfosi del paesaggio. Dalla natura delle cose alla natura dei fatti, cit., p. 235.
5 Così F. Albisinni, Azienda multifunzionale, mercato, territorio. Nuove regole in agricoltura, cit., p. 239.
6 Nel senso espresso chiaramente da F. Schiller, La passeggiata. Natura, poesia e storia, a cura di G. Pinna, Roma, 2005, p. 29. La natura, nella sua bellezza, si trasforma, nella visione dei preromantici, in natura sublime, che unisce il piacere al dolore: il sublime «rappresenta, rispetto alla bellezza in senso proprio, un impulso verso la conoscenza» del mondo che circonda l’uomo e della sua interiorità.
7 C. Pavese, La luna e i falò, con introduzione di G. L. Beccaria, Torino, 2014.
8 C. Pavese, La luna e i falò, cit.
9 Cfr. S. Masini, I mercatali (mercati degli imprenditori agricoli a vendita diretta), in Dir. giur. agr. al. amb., 2007, pp. 289 ss. Dello stesso A., Il sacrificio del chilometro zero sul terreno del libero scambio e il ruolo debole della Corte costituzionale, in Dir. giur. agr. al. amb., 2013, pp. 670 ss.
10 S. Masini, Agricoltura di comunità e servizi di ‘cura’ alle persone, in Dir. giur. agr. al. amb, 2014, p. 11.
11 In questo senso si esprime L. Einaudi, La terra e l’imposta, Torino, 178, 128.

In the last few years, agriculture has started a deep restyling, helped by national and European policies aimed at enhancing the multifunctional aspect of activities that are not necessarily conducted within the farm.
The recognition of the farmer not only as a food producer for the market but as a professional who produces environment and improves the territory, returns to the land a new centrality in the relationship with the city.
Agriculture approaches to cities and suburbs to replace deterioration by offering alternative lifestyles to be conducted outdoor not only for recreational purposes but in order to spread awareness and knowledge of the territory.
From the farmers’ markets to the promotion of social services, agriculture becomes a privileged partner of urban renewal, thanks to the vitality of young people ready to experiment with more and more innovative forms of agriculture, in the respect of the biological rhythms of nature.

CINZIA F. CODUTI

avvocato; responsabile Area ambiente e territorio - COLDIRETTI
www.fidaf.it;
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